Fotografate, fotografate: ma poi che cosa resterà?
mercoledì 24 luglio 2013
Estate, vacanze, viaggi, fotografie. È un buon depurativo rileggere i saggi che Susan Sontag riunì nel 1977 sotto il titolo Sulla fotografia, testo prontamente tradotto da Einaudi e più volte ristampato (l'edizione del 2004 è tuttora disponibile su Amazon).«Viaggiare diventa una strategia per accumulare fotografie«, scrive Sontag. «L'attività stessa del fotografare è calmante e placa quella sensazione generale di disorientamento che i viaggi rischiano di esacerbare. Quasi tutti i turisti si sentono costretti a mettere la macchina fotografica tra sé stessi e tutto ciò che di notevole incontrano. Malsicuri delle altre reazioni, fanno una fotografia. Questo dà una forma all'esperienza: ci si ferma, si scatta una foto, si riprende il cammino. È un metodo che garba soprattutto ai popoli handicappati da una spietata etica del lavoro, come i tedeschi, i giapponesi e gli americani. Adoperare una macchina fotografica allevia l'angoscia che l'ossessionato dal lavoro prova non lavorando, quando è in vacanza e dovrebbe teoricamente divertirsi. Può comunque fare qualcosa che è come una simpatica imitazione del lavoro: può sempre fotografare».Qualcuno si riconosce in queste parole? Non è tutto, il bello deve ancora venire.«Attraverso le fotografie – spiega Sontag – seguiamo, nella maniera più intima e più conturbante, la realtà di come la gente invecchia. Guardare una vecchia fotografia di sé stessi, o di una persona che si conosce, o di un personaggio pubblico molto fotografato, significa per prima cosa pensare: quanto più giovane ero (o era) allora. La fotografia è l'inventario della mortalità». Non basta: «Il fascino che le fotografie esercitano, oltre che un memento della morte, è anche un invito al sentimentalismo. Le fotografie trasformano il passato in un oggetto da guardare con tenerezza, sopprimendo le distinzioni morali e disarmando i giudizi storici con il pathos generico del passato». È proprio così, la fotografia fissa in una frazione di secondo un volto, un paesaggio, lo immobilizza per sempre. È l'antitesi della vita, che è un fluire dinamico: dopo una frazione di secondo, quel volto non è più lo stesso, e neppure il paesaggio, abbiamo fatto un passo in là e lo guardiamo da un'altra prospettiva. Invero, la funzione peculiare delle fotografie è quella di immortalare su ovali di porcellana la fisionomia dei defunti. Anche il film, anche la televisione invecchiano, ma, conservando il movimento, sono meno mortuari della fissità cadaverica delle fotografie. Ben diverso è un quadro: dipingendo un ritratto, l'artista fissa un'interpretazione psicologica, quindi dinamica, del soggetto, ben lungi dalla meccanica frazione cronologica della fotografia.Sontag è implacabile: «La fotografia trasforma la scoperta della bellezza delle rovine, fatta dagli intellettuali settecenteschi, in autentico gusto di massa. Il fotografo, volente o nolente, è impegnato nel compito di rendere oggetto di antiquariato la realtà, e le fotografie sono oggetti di antiquariato istantanei». E, quasi a conclusione: «Il più logico degli esteti ottocenteschi, Mallarmé, diceva che al mondo tutto esiste per finire in un libro. Oggi tutto esiste per finire in una fotografia».Con ciò, Susan Sontag nel suo libro ammira molti grandi fotografi e loda la funzione museale delle fotografie. Del resto (certe cose è meglio saperle) dalla fine degli anni '80 alla morte, avvenuta quando aveva settantun anni nel 2004, Sontag ebbe una relazione non ostentata ed estranea alle lobby gay e lesbo con Annie Leibovitz, la fotografa dei Rolling Stones. Insomma, non bisogna sentirsi troppo in colpa se in vacanza si scattano fotografie. Basta conoscere i pregi (pochi) e i limiti (molti) del mezzo.
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