Fatica e contaminazione per vincere in bellezza
mercoledì 23 gennaio 2019
Anatolij Vladimirovic Tarasov avrebbe, oggi, cento anni esatti. Il suo nome è da noi sconosciuto, ma in Russia è una vera e propria leggenda. Un allenatore che ha rivoluzionato, nel senso letterale del termine, l'hockey su ghiaccio durante l'era sovietica, anzi ne viene ritenuto, a ragione, il "padre". Un uomo d'altri tempi, tutto d'un pezzo, intransigente, privo di compromessi e perfino dispotico, ma che riuscì a trasformare intere generazioni di giocatori mediocri in vere e proprie stelle di questo sport.
Tarasov ebbe un'infanzia tutt'altro che semplice e passò attraverso le atrocità del secondo conflitto mondiale. In realtà la sua passione originaria era per il football, fu un buon calciatore che, appese le scarpette al chiodo, iniziò una promettente carriera da allenatore. Tuttavia qualcuno intuì in lui un inaspettato potenziale, chiedendogli di scrivere un programma-manifesto per la diffusione e sviluppo dell'hockey nell'allora Unione Sovietica. Fino alla Seconda guerra mondiale, infatti, l'hockey (inteso come la disciplina olimpica che conosciamo) praticamente non esisteva nel Paese, dove invece c'era una forte tradizione legata al bandy, sport simile, ma giocato undici contro undici su un terreno ghiacciato delle dimensioni di un campo di calcio.
Tarasov prese la cosa molto sul serio. Raccontò di non aver avuto altro per iniziare che un libro con le regole del gioco e un rifiuto alla richiesta di poter vedere delle immagini dei migliori interpreti di quello sport: i campioni canadesi. Iniziò a lavorare a un progetto di selezione e metodologia di allenamento che aveva uno scopo ben preciso: prendere come punto di riferimento l'eccellenza rappresentata dai rivali del Canada per arrivare ad avvicinarli, sfidarli e, infine, sconfiggerli. Tarasov, fondamentalmente, fece due cose. La prima mossa fu quella di mettere a punto un metodo di allenamento fondato sulla fatica. I suoi atleti lavoravano il triplo, il quadruplo degli avversari (un forte atleta svedese che aveva ottenuto di allenarsi con lui, tornò presto a casa dichiarando: «Non volevo morire»). La seconda mossa fu quella di esporsi a contaminazioni: voleva, per esempio, che i suoi atleti fossero in grado di "danzare" sul ghiaccio e sviluppare così una inedita velocità esecutiva.
Tarasov si fece una domanda semplice: chi sono i migliori insegnanti di danza? Risposta: i ballerini del Bolshoi. Ecco organizzati stage comuni dove si mescolavano calzamaglie e pattini. Ancora: come insegnare a pensare strategicamente ad alta velocità? Facile: chiedere a uno scacchista. Tarasov portò i suoi atleti dal più bravo al mondo: Anatoly Karpov. La capacità di pensiero laterale, la bellezza della contaminazione, l'applicazione di ispirazioni al servizio di una rigorosa metodologia fondata sulla fatica, generò una macchina perfetta. Tre medaglie d'oro ai Giochi Olimpici e nove medaglie d'oro ai Campionati Mondiali.
Ho avuto l'onore di lavorare per tanti anni in Finlandia, Paese dove l'hockey su ghiaccio è sport nazionale. Mi hanno raccontato di una visita di Tarasov in un centro di preparazione olimpica finlandese dove l'ormai anziano allenatore selezionò un numeroso gruppo di ragazzini. Li divise in due squadre semplicemente guardandoli, prima ancora di vederli sul ghiaccio. Ne scelse una che, incredibilmente, distrusse l'avversaria. Alla richiesta di come avesse potuto scegliere quei ragazzi senza neanche averli visti pattinare, rispose serenamente: «Ho mandato in uno spogliatoio quelli che sono arrivati portandosi la propria borsa da allenamento. Nell'altro, quelli i cui genitori portavano loro la borsa». Bella lezione, sempre attuale. Soprattutto al tempo della retorica sul reddito di cittadinanza.
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