domenica 24 dicembre 2017
Arrivati a questo punto della nostra missione, saremmo stati felici di ritornare a casa, conoscere la persecuzione o l'indifferenza ordinaria, mettere tra di noi il flusso anonimo delle moltitudini urbane che potevamo incrociare senza cascargli addosso con la nostra Buona Novella e, soprattutto, senza dover formare il nostro tandem controproducente. Il livello del mio scoraggiamento era tale che avrei pagato a peso d'oro anche un caffè in un centro commerciale, tra le vetrine della telefonia mobile e quelle del prêt-à-porter. Oppure un manichino in pvc! uno di quei manichini senza viso e persino senza testa, basta che non avesse un'anima da salvare, basta che avesse la familiarità degli oggetti senza importanza! Ma non potevamo tornare sui nostri passi. I popoli a cui avevamo tentato di insegnare la carità avevano sviluppato nei nostri confronti una voglia di omicidio molto comprensibile e noi non avevamo una mappa per trovare una strada alternativa. Dovevamo attraversare la nuova montagna a cui eravamo giunti, certi che ci avrebbe condotto presso altri uomini che non ci avrebbero capito di più dei precedenti. Nel calcare della montagna erano stati scolpiti gradini simili a fette di torta marmoree. La ringhiera era formata da cespugli carichi di bacche dalle tinte inquietanti: parevano caramelle fluorescenti, gialle, verdi, rosa e arancioni, come se la natura, per sedurci, non avesse più nessun'altra scelta se non quella di rivaleggiare con i coloranti industriali. A partire da una certa altitudine, la nostra ascensione era affiancata da statue di animali. Un'occhiata veloce non ci avrebbe visto che idoli pagani piuttosto spaventosi; uno sguardo attento rendeva rapidamente ragione del perché di un tale spavento: quelle statue somigliavano ad alcuni dei nostri giocattoli di plastica. Ebbi la penosa impressione di riconoscere qui la paperella per il bagnetto, là la rana-sonaglio per i dentini, ancora più in là la giraffa che cigola quando la si calpesta... Credetti persino di vedere, sempre fatta di pietra e di grande formato, la piramide a cinque anelli che avevo regalato a mio nipote Carlo, e una figura umana simile a un Playmobil. Avevamo dunque attraversato la giungla, ci eravamo inoltrati in territori sconosciuti per scoprire qualcosa come un parco di attrazioni per minori di dieci anni. Appena raggiunta la cima della scalinata un nugolo di bambini si abbatté su di noi come le cavallette dell'ottava piaga d'Egitto. Erano degli orribili piccoli mocciosi. Ci tiravano per la maniche, perquisivano impudentemente le nostre tasche, ci passavano tra le gambe, si arrampicavano sulle nostre schiene per fare cavalluccio. Non crediate che io sia “misopede”. Nostro Signore ha detto: «Lasciate che i bambini vengano a me» e fu innanzitutto la gioia che mi invase di fronte alla birichina turbolenza di questi galoppini. Ma da una parte, a causa gli scandali che avevano scosso la chiesa e la prudente distanza alla quale mantenevamo oramai ogni persona di meno di quindici anni, avevamo perso l'abitudine di un tale contatto; d'altra parte, l'impertinenza dei nostri diavoletti era salita quasi subito al livello dell'insolenza. Le loro mani curiosavano dovunque, tastavano tutto con un'inammissibile sfacciataggine. Non tiravano soltanto le nostre maniche, ma i nostri capelli, i nostri orecchi, i peli delle nostre barbe e dei nostri nasi, e questo li faceva molto ridere. Ma fu subito il dramma. La corona del rosario di fratel Ugo, quella corona che aveva ereditato dalla mamma e che era riuscita a sopravvivere al furto della scimmietta, all'empietà dei Barbelioti, all'indignazione degli Asti, non resistette alla ricreazione dei bambini. Uno di loro la tirò troppo forte ed essa esplose in una moltitudine di biglie. Ugo si trasformò in un toro scatenato. Acchiappò il piccolo responsabile per la cintola per somministrargli una buona sculacciata. Vedendo questo, gli altri si misero
a raccogliere i grani dispersi e a a gettarli contro di noi, come se volessero lapidarci col santo rosario. Stavamo cominciando piuttosto male, sì, piuttosto male la nostra catechesi sull'amore. Per fortuna intervennero alcuni adulti. Capirono subito quanto era successo e tuttavia non sgridarono i bambini. Scossero il capo con una specie di impotenza accontentandosi di dirci: «Bisogna pure che facciano le loro esperienze... Non hanno neppure sette anni... Forse uno di loro... Insomma, ancora speriamo un po'... Ma andiamo, vogliamo
mostrarvi quello in cui riponiamo tutte le nostre speranze... È nato oggi! Venite, andiamo ad adorarlo!». Li seguimmo su un vasto pianoro; il sole calante spandeva su ogni cosa, arbusti, sorgenti, uccelli e case, tinte di marshmallow e di zucchero filato. Ugo si era un po' calmato. Mi lanciò un breve sguardo e io afferrai subito il suo pensiero che coincideva con il mio. Da quando eravamo in Metagonia non avevamo più fatto molto caso al calendario liturgico. Poteva essere che quel giorno fosse Natale. La provvidenza si stava ancora prendendo gioco di noi? I bambinacci non erano più tanto intrusivi. Solo qualcuno, ogni tanto, continuava a tirarci un grano del rosario – mirando alle nostre teste – o provava a farci uno sgambetto – acchiappandoci una caviglia. Anche gli altri adulti subivano le loro angherie ma sembravano essersene fatti una ragione. O piuttosto una credenza. Eravamo arrivati presso un neonato, davanti al quale stava inginocchiata tutta la tribù. Non aveva nulla del dolce piccolo bimbo riposante del presepio. Urlava con tutto il suo piccolo corpo rubicondo, e venti donne giravano ansiosamente intorno a lui, cercando di soddisfarlo, cullandolo, proponendogli un seno gonfio di latte da cui allontanava la testa con rabbia. Il più vecchio dei nostri accompagnatori ci invitò a metterci in ginocchio: «È da lui, forse – mi sussurrò egli come se bisognasse non disturbare le sue urla – è forse da questo bambino che ci verrà la salvezza...». In quell'attimo fui preso da una profonda inquietudine.
(16, continua. Traduzione di Ugo Moschella)
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