sabato 29 febbraio 2020
Fa una certa impressione vedere alla televisione le strade deserte di alcune città del nostro nord, anche se le notizie ultime ci danno speranza che la fine del contagio sia vicina per l'opera coraggiosa dei medici e dei volontari. Tutto questo non passerà nel silenzio e forse possiamo dire che qualche cosa nei rapporti personali e anche in quelli internazionali cambierà. Gli studiosi e i tecnici del mestiere lavorano giorno e notte per il mondo, non solo per il proprio Paese; il male per la prima volta unisce volontà e forza tra popolazioni che in passato non hanno mai affrontato un severo impegno per un bene comune. La nostra vita personale e quella dei nostri differenti Paesi sarà costretta a fare il conto sulla debolezza umana, sulla necessità della collaborazione, sul bisogno di mantenere un equilibrio tra le inutili guerre e una pace positiva fra i nostri popoli. Il coronavirus alla fine ci farà cambiare il senso dei nostri anni, dei nostri giorni e a tutto il mondo farà capire la forza della collaborazione e la riconoscenza per chi si è fatto avanti, per chi ci ha messo le mani e la buona volontà. È quasi una medicina per il nostro orgoglio, una misura per chi è vissuto solo per il proprio interesse, un grido di allarme per chi è abituato a vivere al di sopra degli altri, quando d'improvviso si accorge che siamo figli della stessa madre natura che alla fine non guarderà portafogli o nomi illustri. Sembra che questo virus sia stato inviato sulla terra per farci distinguere tra il necessario e il superfluo, tra generosità e la paura di perdere, tra l'amicizia e l'egoismo e in fine per trovare per ognuno un compromesso, un incontro, una capacità di dare alle cose una dimensione più umana, più vicina a un rapporto di semplicità. Il virus ci insegna che sono poche le cose indispensabili alla vita e che guardare agli altri e non sempre a noi stessi è la strada giusta per conservare serenità e pace. E questo grida con voce alta scorrendo, uno dopo l'altro i principali Paesi della terra e non sappiamo quando si fermerà, né quale sarà il suo nome. Forse è la prima prova importante che il mondo offre, in tale misura, a sé stesso sull'aiuto, sulla collaborazione, sul lavoro comune e ci auguriamo che qualcosa cambierà tra i popoli che, per secoli, non hanno saputo conservare il valore della serenità e della pace. Se fossimo di due o tremila anni addietro daremmo la colpa agli dei dell'Olimpo e innalzeremmo fuochi sulle alte cime. Oggi chiudiamo le chiese per non venire contagiati, ma forse anche perché non sappiamo più pregare, né cosa chiedere, né cosa offrire. Forse queste ore di solitudine richieste alle piccole città di campagna e ad alcune grandi città del nord, ci ricorderanno come si può meditare, leggere, discutere in amicizia, e ricordare non sembrerà alla fine tempo perduto perché qualcosa di positivo ci avrà lasciato questa esperienza.
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