martedì 23 agosto 2016
Come sfatare il luogo comune che «l'agricoltura di montagna produce solo una economia di sussistenza»? Nell'attuale stato di abbandono sembra difficile. Ci aiuta però la documentazione storica. Per quanto riguarda le montagne che chiudono l'alta valle del Vara, sono poche le notizie sulla situazione prima dell'anno Mille. I Bizantini, che tennero la Liguria dal 550 al 643, erano interessati al legname per la riparazione delle navi. I Longobardi hanno lasciato qualche toponimo. Un documento (di metà secolo IX) registra il passaggio della zona alla dominazione dei Franchi. Ma nel 1031 i conti Fieschi di Lavagna ottengono la giurisdizione feudale su questi monti. Nella ricostruzione fatta dallo storico Antonio Cesena (1558) la colonizzazione avviene a ondate, iniziando dall'alto. Le popolazioni povere della Riviera scoprono che questi luoghi non sono stati mai sfruttati. La semina nei campi terrazzati e concimati con la cenere delle ramaglie, rende fino al 25 per uno. La seconda ondata arriva, forse verso il 1200, attratta sia dalla fertilità dei terreni che dalla «pinguedine dei larghi, abbondevoli e potenti pascoli».Appare quasi incredibile la storia di un tale che, divenuto ricco col bestiame, costruisce una piccola chiesa nel Borgo di fondo valle e ottiene per la sua famiglia il «giuspatronato», cioè il diritto di nominare il cappellano. Lo stesso sviluppo urbanistico di Varese Ligure, dice ancora il Cesena, comincia con «pastorali abitazioni», dove accumulare «paglie e fieni». I feudatari sfruttano direttamente alcuni luoghi; un inventario del 1525 riporta un lungo elenco di orti, prati, pascoli, seminativi, canepàri, case e mulini. Le rendite di quei beni, assieme al pedaggio pagato dal bestiame transumante, permettono ai Fieschi di diventare potenza economica e politica: l'ascesa al papato di due membri della famiglia, Sinibaldo Fieschi (Innocenzo IV, 1243-1254) e Ottobono Fieschi (Adriano V, solo 38 giorni del 1274), ne sono il vertice. Ma i Fieschi valorizzano pure le terre collettive e rendono libere caccia e pesca, a differenza dei feudatari vicini. In più, l'abbondanza di formaggi e carne fa da calmiere ai prezzi delle altre merci, compresi i tessuti di lino e orbace.Che questo sistema economico fosse funzionante lo confermano altri documenti. I tribunali, a metà Quattrocento, devono decidere di chi è la mandria di vitelli bradi in contestazione tra due allevatori. Abitano sulle pendici del Monte Zatta e la loro comunità è specializzata nella preparazione di buoi da vendere in pianura. Per questo, qualcuno comincia a chiamare quei luoghi «corte dei buoi» (o «scorta dei buoi») e, con qualche modifica, si arriva all'odierna Scurtabò. Il benessere raggiunto con l'allevamento e il commercio dei buoi è tale che la comunità decide di farne memoria perpetua. Un artista del marmo viene incaricato di realizzare un altare con tarsie di vari colori. Siamo nella seconda metà del '500 e la forma è ancora sobria: un parallelepipedo con una spessa mensa di marmo bianco. Ma sulla faccia rivolta al popolo stanno due medaglioni ovali: ciascuno porta al centro un giogo da buoi, lo "stemma nobiliare" dei fieri committenti.Lo schema di questa storia economica, capace di resistere a numerose crisi, si può rintracciare in altre zona montane. A Varese Ligure il massimo della funzionalità si raggiunge nella seconda metà del Settecento. La Confraternita di San Rocco possiede sette poderi, affittati. Dai libri contabili risulta che il denaro incassato, oltre a consentire ingenti spese per l'arredo liturgico, permette di dare un «assegno di disoccupazione» ai confratelli infermi. Miracoli della buona economia.
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