Don Milani a Niamey. Quella lettera mai scritta
martedì 22 novembre 2016
I docenti sono in sciopero quasi permanente dall'inizio dell'anno. Manca la professoressa a cui indirizzare la lettera. Qui Barbiana è dappertutto solo che don Milani è lontano, sepolto in un cimitero nei pressi della scuola per cui ha dato la vita. Nel Niger il processo di smantellamento della scuola statale continua senza colpo ferire. Dai Piani di Aggiustamento Strutturale a quelli di demolizione odierna si è proceduto con coerente determinazione.
I Pierini di cui scrive don Milani sono milioni, sono la maggioranza, sono il futuro differente già cancellato. L'opacità regna sulle priorità dei governi che si succedono. Quello attuale, del Rinascimento (Renaissance), conferma e rende ancora più evidente il copione della commedia. Col pretesto della lotta al terrorismo si investono miliardi di franchi che terminano nelle tasche di capi militari e gerarchie costituite. Si fabbrica così ogni giorno, clandestinamente e impunemente, l'élite del potere.
I poveri vanno nelle scuole dello Stato. La classe media invece in scuole private, mentre i figli dei grandi sono accolti al Liceo Francese di Niamey. Calendario, programmi, insegnanti, ritmi, salari, vacanze e persino la protezione militare è assicurata. Questo e altro per le élite al potere nel Niger. È il primo passo, il successivo sarà poi all'estero: negli Stati Uniti, in Canada o in Inghilterra. Il potere è nelle loro mani, non ci sono
tentativi di insurrezione.
Nella quiete politica tutto congiura per non disturbare il manovratore. Le elezioni sono semplici formalità che svuotano le casse dello Stato e quelle della democrazia. Affamare il popolo, imbonirlo di aiuti umanitari e tenerlo lontano dal potere è un unico progetto che finora ha funzionato a pennello. I docenti, specie i precari, non ricevono il salario da mesi. Aule invisibili e programmi che solo sulla carta sembrano funzionare. Ci sono tanti Niger quanti sono gli esclusi dal sistema dominante.
Ci sono una settantina di sindacati per qualcosa come ottantamila lavoratori dell'educazione. Altrettante porzioni di potere da conquistare, proteggere e difendere. Sindacati acquistati, venduti e messi al bando, proprio come la stampa scritta che nessuno legge. C'erano le lotte per l'indipendenza, la democrazia e la dignità. Tutto al macero con la complicità delle cancellerie occidentali che sostengono l'attuale regime. Peggio per i poveri, in fondo se la sono cercata: sono nati in Niger e di preferenza in campagna. La miseria è un'arma interessante per un potere che si avvale dell'indigenza per conservarsi e prosperare.
Don Milani credeva nella parola e nella rivoluzione di cui solo i poveri hanno l'esclusiva. Oggi qui arrivano anche Ong che spoliticizzano la realtà e la rendono funzionale ai mendicanti umanitari. Le crisi arrivano in tempo e caso mai non sono difficili a inventarsi. Poi si confezionano in fretta migranti. Dietro le reti da pesca.
La lettera non è stata scritta nel Sahel, terra di svago per gli imprenditori del terrore. Don Lorenzo ha fatto la sua parte e ha lasciato pochi eredi. Le parole della scuola di Barbiana però rimangono. Sono forse solo i migranti che le prendono sul serio e le portano lontano per scomodare i poteri. La storia recente del Paese è una lunga filastrocca di rimpianti, tradimenti e disattese promesse elettorali. E loro, le parole, camminano con l'ostinazione e la fragilità dei deboli. Le scuole chiuse, gli studenti che fanno i picchetti e i poveri resi invisibili dal potere dominante.
La lettera alla professoressa è scritta tra una manciata di polvere e l'altra che il vento dimentica. È una lettera ancora tutta da scrivere eppure già scolpita nelle mani. «Perché è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l'espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli... tentiamo di educare i ragazzi a più ambizione. Diventare sovrani». (Scuola di Barbiana).
Dal Sahel, novembre 2016
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