mercoledì 23 luglio 2014
«Come loro per me, io ero per loro un soggetto da osservare, un'occasione di stupore: lo sconosciuto da tutti, colui che ignorava tutto». Aggiunge, Paul Gauguin, da poco sbarcato in Polinesia, nel suo diario-racconto Noa Noa: non conoscevo la loro lingua, né le loro abitudini, le loro attività più elementari. Non sapevo niente di loro. «Come ognuno di loro per me, io ero per ognuno di loro un selvaggio». Che essere incredibile, l'esemplare umano! Negli anni in cui il pittore sbarca nei mitici Mari del Sud alla ricerca della luce e delle forme degli archetipi, del sogno esotico primario, eserciti di suoi compatrioti europei, belgi, francesi, inglesi, tedeschi, dominano con le colonie l'intero continente Africa, l'India, gran parte dello splendido arcipelago. E ciò avviene in base a un valore condiviso: che gli uomini bianchi, occidentali, europei, portano la civiltà in un mondo di selvaggi, indegni di diritti umani. L'artista Gauguin, invece, percepisce di essere un selvaggio tra altri selvaggi. Uomo tra uomini, di diverse tribù. E ne prova imbarazzo. Questa è la differenza, perdurante, tra il primo umano che levò la clava per ammazzare l'umano dell'altra tribù, e quello che, incontrandolo, provò meraviglia, curiosità e timidezza. Chi cerca la bellezza scopre il consimile nel diverso.
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