Coronavirus. Ma questo non è un film
venerdì 3 aprile 2020

Parole in libertà, in giorni senza libertà: chiusi per virus, non possiamo fare. Ma possiamo continuare a pensare…

Giorno 23

Loro non lo sanno, ma sono un po’ come noi: chiusi dentro. Hanno le tute rosse addosso: cambia il colore, ma la corazza protettiva oggi è anche il nostro vestito obbligatorio. Anche loro hanno le maschere in faccia: sono quelle di Salvador Dalì, più originali, ma indispensabili come le nostre. I personaggi sono empatici: donne forti e uomini un po’ folli e coraggiosi, come i medici e gli infermieri che qui rischiano ogni giorno. Solo che il nostro non è un film.

“La Casa di Carta” è la serie televisiva non in lingua originale inglese più vista del mondo. Occorre essere abbonati a Netflix per saperlo, ma provo a riassumere per i non maniaci di queste cose: racconta a puntate le vicende di uno strano gruppo di rapinatori, asserragliati con molti ostaggi nella Banca di Spagna per un tentativo di furto colossale. Allucinante, proprio come il tempo nostro. E con un’epidemia di sentimenti contagiosi in atto, terribili e generosi. Una storia che sembra non avere fine, appunto.

Loro sono come noi adesso, e per questo ci piacciono: criminali, ma con il cuore buono. E in cerca della felicità. Loro si chiamano con i nomi di città: Lisbona, Tokyo, Rio, Berlino, Nairobi, come quelle che ogni giorno vediamo sulla mappa del contagio. Una delle canzoni di sottofondo è Bella Ciao, lo stesso canto di lotta che fino a qualche giorno fa sentivamo sui balconi, prima che la depressione facesse passare la voglia di cantare. L’affascinante e tormentata Tokyo chiudeva l’ultima puntata sussurrando: nulla sarà più come prima. Appunto. E poi il protagonista è il Professore (il vero nome dell’attore è Alvaro Morte, un dettaglio, ma inquietante), stratega esterno: non orchestra con decreti, ma in qualcosa ricorda il nostro. Come la trama, folle: piani cervellotici, colpi di scena. Appunto. Lo schema è inverso rispetto agli altri film, e spiazza: prima il racconto della rapina, poi quello del piano. Come ora, qui, da noi: prima l’attualità del dramma, poi quello che si sarebbe potuto fare per evitarlo.

Ma la ragione del successo planetario di questa serie tv probabilmente è una sola: non si capisce chi sono i buoni e chi i cattivi. E se qualcuno ancora pensava che l’accostamento inconsapevole con l’attualità di oggi fosse un po’ ardito, di fronte a questo forse cambierà idea.

La notizia positiva, futile come lo sono quasi tutte le cose più belle, è che la quarta serie della Casa di Carta ricomincia stasera in tv. La nuova stagione può portare altra angoscia, oppure un finale di fuga e libertà. E non ho dubbi su quello che preferirei vedere.

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