venerdì 2 gennaio 2004
Se il problema delle feste, per molti italiani, è quello di aumentare di peso grazie all"occasione di svariati appuntamenti a tavola, allora dove lo mettiamo il frutto delle feste di fine anno per antonomasia? Ma si, il dattero, quel frutto oblungo dalla polpa carnosa, dolcissimo, che oggi viene volentieri venduto sfuso allo stato fresco e molle oppure semimolle o secco. Per i popoli dell"Africa e del Medio Oriente, dove nasce e cresce, è un alimento nutritivo di non poca importanza che viene persino ridotto in pasta, per farne dolci o piatti unici; per noi è un frutto da fine pasto, un dessert che si accompagna volentieri a noci, nocciole, mandorle e arachidi. Il pericolo dietetico di questi frutti, immagino, sta nel fatto che in molti casi rappresentano la coda delle feste di fine anno, tanto che una volta, quando si era piccini, riempivano persino la calza della Befana piena anche dei fichi secchi che arrivavano dalla Calabria. Saranno questi (datteri, noci e quant"altro), i veri responsabili di un aumento di peso e di calorie? E se sì, come e quando occorre consumarli? Su di essi tuttavia una cosa va detta: non tollerano l"abbinamento con alcun vino. La caratteristica estremamente dolce del dattero, infatti, si impadronisce completamente, con la sua pastosità, delle nostre papille gustative. E così la frutta secca che ha un fondo di amarognolo e tostato di una certa persistenza, che mal sopporta l"accostamento con la tannicità (altra sensazione amarognola) e con l"acidità di un vino. Per i datteri, l"utilizzo in cucina può essere quello di farcirli con una crema pasticciera oppure di utilizzarli per guarnire una torta con la panna che ne salvi il gusto delicato. Ma se non si vuole rinunciare alla sensazione di freschezza che i datteri lasciano al palato, assaggiateli semplicemente così, uno ad uno, oppure macerati un paio d"ore in una buona grappa secca, per chiudere con un dessert di assoluta eccezione.
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