Dalla paura all'«ordine» Ma gli antidoti ci sono
domenica 10 febbraio 2019
Sono passati più di dieci anni da quando l'attore Antonio Albanese interpretava in televisione il ministro della Paura. Su una poltrona motorizzata e con un corredo di tic presi in prestito dal fenomenale Peter Sellers nei panni del Dottor Stranamore (il film di Stanley Kubrick del 1964), proclamava: «Io trasformo la paura in ordine, e l'ordine è il cardine di ogni società rispettabile. Io le paure le plasmo, le elaboro, le impasto e poi ve le trasmetto». Non è poi così difficile, se puoi contare su mass media docili e complici. Il ministro spiega bene che non c'è bisogno di inventarle, le paure. Ce ne sono già tante, in giro, sistemate sullo scaffale come in un supermercato dove ognuno può servirsi liberamente, assecondando i propri gusti e impulsi: per i bambini c'è la paura del buio e la paura dell'abbandono, che per la verità riguarda anche molti adulti. Poi c'è la paura delle malattie, del dolore, della morte; della disoccupazione e della povertà; della solitudine, tranne pochi solitari che invece hanno terrore della compagnia, perché ogni compagno o compagna nasconde secondi fini, inganna ed è infedele. C'è la paura della malavita, delle aggressioni e delle rapine (dagli albanesi ai romeni ai rom, ogni stagione fornisce generosa la sua etnia minacciosa). La paura degli sbarchi e degli stranieri invasori. Eccetera.
Non sono paure sempre ingiustificate. Abbandoni, rapine, disoccupazione esistono e fanno male. È giusto temerli e cautelarsi. Ma se i mass media evocano una paura in modo continuo e ossessivo, ignorando le statistiche e l'oggettività, la paura si trasforma in panico e paranoia, che a loro volta generano una domanda esasperata di sicurezza a ogni costo, costi quel che costi, perfino a costo di un pezzo di libertà. Chi si presenta come il risolutore delle paure è probabilmente lo stesso che le ha alimentate, per poterle sopire. Il ministro della Paura, Albanese, riesce nel suo intento: «Io trasformo la paura in ordine».
Come difendersi? Occorre fare un passo indietro, al panico (involontario) scatenatosi negli Usa la notte del 30 ottobre 1938 quando la Cbs mandò in onda l'adattamento radiofonico del romanzo La guerra dei mondi e più di un milione di americani non compresero che stavano ascoltando il racconto dello sbarco dei marziani, non reale. Come dimostrò Cantril, erano americani in condizioni di disagio e debolezza e mancarono della necessaria capacità critica, quella che serve a decodificare i media, ossia a comprendere i loro messaggi, a non farsi turlupinare. Assai banalmente, potremmo cominciare oggi a riconoscere al volo le bufale sul web. Chi non ci riesce, e anzi allegramente le fa circolare, manca di capacità critica. E se si offende sentendoselo dire, pazienza. La verità può far male, si sa.
E questa capacità critica dove si prende, conquista, matura? Ah, domanda delle cento pistole! Molto è affidato al desiderio personale di essere liberi, ragionare sulle cose, non farsi raggirare; e capire, capire, capire. E quindi leggere, studiare, discutere. Molto potrebbe fare la Chiesa cattolica, che nelle diocesi ha strutture create apposta. Purtroppo, la sensazione è che manchino i canali per giungere in ogni parrocchia; i fedeli, in genere, non manifestano tutto questo gran desiderio di crescere in capacità critica; e i parroci, in genere, hanno ben altro a cui pensare.
L'importante è che la Chiesa, dopo il Concilio, abbia almeno accantonato un'antica tentazione: legare la fede alla paura: paura dell'inferno, paura della punizione, paura della collera divina. Dalla paura, instillata ad arte, all'ordine il passo è sempre stato breve, sempre.
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