Dal «Trono di spade» lezione sui liberatori
domenica 19 maggio 2019
Attenzione ai liberatori. Non a tutti. Soltanto a quelli per i quali qualsiasi prezzo è accettabile per restituirci la libertà. E lo fanno pagare a noi, e guai se non ne siano entusiasti: ingrati! Per certi liberatori, stoici senza forse sapere di esserlo, la palingenesi avviene solo attraverso sudore e sangue, una conflagrazione di tutto azzera affinché la rinascita possa essere davvero tale. I drammaturghi greci e William Shakespeare hanno esplorato a fondo questi liberatori, eroi purissimi che abbattono le tirannidi e il marciume passando invitti attraverso scontri senza prigionieri; e se qualche prigioniero vien fatto, gli si taglia in fretta la testa. Il popolo, tartassato e afflitto da tiranni, burocrati corrotti e politici ignavi, ama il liberatore. Finalmente qualcuno rottama il vecchiume e inaugura un'era millenaria di pace e felicità, di latte e miele.
Peccato. È davvero un gran peccato che questo genere di liberatore, una volta preso il potere e proclamata l'era infinita della libertà, cominci a mutar fattezze. Se ho vinto, pensa e dice, è perché gli dei erano dalla mia parte. Non ho vinto solo perché mi sono dimostrato il più forte, ma perché avevo ragione. In effetti, gli dei sono sempre con me e io ho sempre ragione. Chi mi contestasse, si porrebbe contro gli dei e contro la ragione e quindi – niente di personale – andrebbe eliminato...
Il liberatore si tramuta in tiranno a sua volta. Impone leggi ancor più dure e bislacche di prima e balzelli assurdi; ammutolisce ogni voce che non lo sostenga. Lui, il liberatore, annulla le libertà, mentre i liberati ancora contano i morti della palingenesi.
La tragedia greca e Shakespeare, dicevamo. Ma anche la cultura pop torna su un concetto tanto antico e ribadito, cantato e ricantato, declinato in dozzine di epoche e forme diverse, eppure assente dalla memoria e quindi dalla consapevolezza della maggior parte dei contemporanei, che sostengono il liberatore avviandosi con lui, felici, verso il baratro. Non è necessario aver visto tutte le otto stagioni di Got, acronimo con cui i fan indicano Game of Thrones, in italiano Il trono di spade. Entro 24 ore tutto sarà concluso. Chi non conoscesse la vicenda di Danaerys – "Nata dalla tempesta", la prima del suo nome, regina degli Andali, dei Rhoynar e dei Primi Uomini, signora dei Sette Regni, protettrice del Regno, principessa di Roccia del Drago, khaleesi del Grande Mare d'Erba, "la Non-bruciata", "Madre dei Draghi", regina di Meereen, "Distruttrice di catene" – basterà sappia che, prima di partire alla riconquista di Westeros e del trono di spade, libera schiavi nella terra di Essos e si guadagna la fedeltà di due formidabili armate. Diventerò regina per restituire la libertà ai popoli, proclama. Ma alla vigilia dell'epilogo imminente ha provocato la palingenesi più spietata, radendo al suolo la capitale, massacrando la popolazione e svelando il suo vero volto, quello di un'aggraziata, eterea, fragile, affascinante, spietata guerriera tirannica. Niente male come rottamatrice. Gli avvertimenti dei pochi saggi dalla vista lunga sono stati ignorati. E adesso, comunque vada a finire, resteranno solo rovine e disperazione.
Sul web fioccano battute su quei genitori che, travolti dall'entusiasmo, negli anni scorsi hanno chiamato la loro figliola Danaerys, finendo con il ritrovarsi in casa una folle omicida. Meno battute, almeno per ora, fioccano su quel popolo italico che segue con uguale acritico entusiasmo i minuscoli liberatori nostrani, con le loro fragili palingenesi più annunciate che attuate. Tra le rovine, troveranno sicuramente a chi dare la colpa. Mai a se stessi...
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