Dai Diamanti non sempre nasce un pallone
martedì 3 gennaio 2017
Cercavo notizie dei trascorsi cinesi di Alino Diamanti e ho casualmente scoperto che la ricchezza di molti cittadini del già Celeste Impero ha il suo nome: diamanti. Grezzi o lavorati, naturali o sintetici. Come esplose nel 1850 la Gold Rush americana - fra Klondike, Yukon e California - che portò oro provocando migliaia di vittime nelle miniere soprattutto fra i cinesi, i poveri coolies importati come schiavi (ne ho visto le tracce visitando Sacramento), così da un paio di decenni in Cina è cominciata la Diamond Rush che non ha seminato morte ma ricchezza fra milioni di sudditi di Xi Jinping che, poveri di miniere, hanno raccolto in patria dall'Occidente, in favorevoli fasi di mercato, almeno il 40% della produzione di diamanti spesso da restituire al mondo con guadagni favolosi. Così conosciamo almeno in parte la provenienza dei tanti euro milioni investiti per portare in Oriente alcuni fra i più famosi campioni del pallone, alcuni di antica fama già spompati, come Tevez, altri all'ultimo grido, quasi tutti “rubati” in Europa, come Axel Witsel, naturalmente insieme a tecnici europei - Eriksson e Lippi in testa - e presto anche arbitri di fama. Lo stanziamento previsto è di 850 miliardi di euro e l'offerta non è certo tecnica: a partire da Tevez, chi accetta questo nuova formula del «vite vendute» di antica data lo fa non per migliorare una carriera già dorata ma per risolvere, spesso all'alba dei trent'anni, il problema della vita, per sé e per generazioni di figli, nipoti e pronipoti.
Il pericolo, per l'Europa, per l'Italia, è l'imitazione di una follìa che in Cina ha anche una ragion di Stato, rappresentando un disegno sociopolitico tipico di quel mondo in cui si cerca di imitare in men che non si dica ciò che ha arricchito e reso potente la civiltà occidentale. Certo non appartiene al Libretto Rosso di Mao, il Progetto Calcistico, anche se già nel 1981, da poco scomparso il Grande Timoniere, fui invitato a «spiegare calcio» ai giornalisti sportivi di Pechino, Shangai e Canton sollecitati a preferire il football al volley e al ping-pong. Il guaio è che, intenti a far quattrini facili, mercanti e procuratori non s'azzardano ad avvertire i cinesi che il calcio non si fa così, che il calcio ha una sua tradizione fra i popoli che l'hanno adottato da secoli e potrà difficilmente produrre nei prossimi anni i 100 milioni di pedatori immaginati dal governo che vorrà presto anche i suoi Mondiali - come ebbe i Giochi Olimpici -
naturalmente per vincerli. Che il calcio produce anche vistosi fallimenti. Diamanti n'è l'esempio più evidente : l'Evergrande Real Estate di Guangzhou (Canton) che l'aveva ingaggiato offrendogli 9 milioni (18 miliardi di vecchie lire) è fallito in seguito alla crisi immobiliare e Alino è tornato precipitosamente a casa (forse pagato, forse no) con la moglie Silvia Hsieh, cinese tuttavia con il cuore a Bologna, oggi a Palermo dopo avere seguito l'Adorato in mezza Italia. Una volta, mentre si mollavano pacchetti di modesti milioncini ai campioni autoctoni (da Rivera a Mazzola, da Rossi a Savoldi, prima che il Berlusconismo scatenasse l'inflazione) l'Italia era definita l'Eldorado del Pallone; oggi subiamo l'affronto di quell'Europa - Spagna, Germania, Inghilterra - che ci tratta da pezzenti, eccitando gli ex ricchi presidenti a ramazzare euro svendendo o acquistando “promesse” da plusvalenze. Imitiamo spagnoli, inglesi e cinesi nelle supervalutazioni alla Higuaìn che tuttavia non è uno scandalo, visto che i 90 milioni e passa pagati dalla Juve sono rimasti in Italia, come i 105 che la Signora ha strappato all'United. Se questa sarà la nostra specialità, c'è speranza di sopravvivenza, sennò uccideremo il più bel gioco del mondo già da tempo svilito a business.
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