Guarire dal virus, ripensare la malattia
lunedì 30 marzo 2020

Forse ci stiamo arrivando. Forse stiamo già raggiungendo quello stadio a cui ci ha preparato una certa cultura moderna. Forse siamo in procinto cioè di essere tutti “malati”, tutti “infetti”. Questa è la grande paura, ma questa è anche la grande verità di una filosofia che ci ha segnati negli ultimi decenni. Ricordo nitidamente il contenuto di un testo che mi ha fatto riflettere: parlo del libro del gesuita padre Giovanni Cucci (Abitare lo spazio della fragilità. Oltre la cultura dell’“homo infirmus”, Ancora, 2014). Scrittore de La Civiltà cattolica, Cucci afferma in modo articolato che la cultura contemporanea ha prodotto l’idea – e forse l’illusione – che l’uomo è sin dalla sua nascita malato. Cioè che la natura è malata di per sé stessa, e che quindi dalla nascita l’uomo e la donna hanno bisogno di cure continue, di terapie di tutti i tipi: da quelle fisiche a quelle psicologiche e, infine, spirituali. Siamo tutti bisognosi di terapia, non possiamo camminare sulle nostre gambe senza affidarci continuamente a qualche cura per stare bene. Insomma, si è creata una tale sfiducia secondo la quale l’umanità non sarebbe più in grado di sopravvivere senza ricorrere continuamente a supporti di ogni tipo. Eppure, a una breve disamina filosofica della malattia – secondo Agostino e Tommaso d’Aquino per esempio – la medicina, ossia il rimedio medicinale, non è la vera causa della guarigione, ma il supporto. È il corpo stesso che produce la guarigione, certo con l’ausilio di un mezzo chimico o naturale che sia.
Anche se questa filosofia della medicina è rudimentale, ci serve per intuire che oggi la cultura è esattamente all’opposto di quella dei nostri padri. Già per i nostri genitori era diverso: se si aveva un piccolo problema di salute, si diceva di aspettare e di non andare subito in farmacia o dal dottore. Oggi, invece, nella stragrande maggioranza dei casi, è un poco l’opposto che avviene. Lo preciso a scanso di equivoci: la medicina moderna è solo da lodare. Quanto alla cultura dell’uomo infermo, malato, invece, ci stiamo arrivando in pieno. Perché questa pandemia sta creando i presupposti per far sentire tutti come potenziali malati, e forse lo siamo anche già senza rendercene conto. Ecco, sociologicamente parlando, il ruolo dei famosi asintomatici favorisce la creazione di questa mentalità. Se dal punto di vista sanitario bisogna quindi assolutamente combattere contro il virus, prendendo tutte le precauzioni possibili ed immaginabili, da un punto di vista culturale, l’effetto non sarà da poco. Questa cultura dell’uomo infermo, questa visione di una natura umana che non sopravvive se non con l’ausilio di continui supporti, rischia di essere la conseguenza principale.
Tra le mie intenzioni di preghiera in questo momento vi è proprio quella che la cultura contemporanea non ceda ad una sfiducia radicale nei confronti della natura umana. Questa deriva potrebbe essere ancora più devastante del virus in questione.

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