Covid, una famiglia su 8 s'è trovata discriminata
martedì 1 dicembre 2020
In tempo di pandemia, per le famiglie con figli, specialmente quando in casa ce ne sono più di due o tre, l'Unione europea si sta dimostrando matrigna: tutta l'Unione, anche i Paesi con una tradizione di politiche familiari più attenta alle esigenze dei nuclei con prole. Lo dimostra un rapporto presentato nei giorni scorsi, durante il primo Congresso europeo dei comuni “a misura di famiglia” (family friendly), iniziativa lanciata online dall'Elfac, la rete continentale che unisce 26 associazioni nazionali delle famiglie numerose (tuttora, nonostante il declino demografico, una realtà pari al 13 per cento del totale: più di una su otto).
La ricerca è stata condotta dal “ramo” portoghese della federazione europea ed ha esaminato le misure predisposte per fronteggiare l'emergenza Covid-19 in diverse realtà nazionali, dalla Francia alla Romania, dalla Polonia alla Croazia e alla Spagna, oltre a Italia e ovviamente Portogallo. Accanto ai provvedimenti per frenare il contagio, si è messo sotto osservazione l'impatto delle decisioni adottate per supportare le popolazioni costrette a restringere al massimo i movimenti, con le conseguenti perdite di reddito e di sostegni parentali.
Nonostante i notevoli sforzi compiuti in termini finanziari mediante sussidi, congedi parentali e altre provvidenze, l'indagine denuncia che le scelte compiute dai governi “non sono state sufficienti a garantire alle famiglie con bambini, anche quelle numerose, condizioni adeguate a fronteggiare le sfide imposte” dalla diffusione del virus. Nella maggior parte dei Paesi il trattamento dei nuclei familiari non ha tenuto conto del numero dei componenti, equiparando spesso chi ha un solo figlio a chi ne ha tre, quattro o anche di più. La sperequazione è apparsa anche maggiore dal momento che non si voluto prendere in considerazione neppure l'età dei figli o la presenza di disabilità.
La mancanza di una strategia mirata a difesa delle “large families” colpisce tanto più quanto maggiore è l'effetto che la pandemia da coronavirus sta già avendo sulla fertilità delle coppie europee, più o meno senza differenze da uno Stato all'altro. L'attesa di tutti i demografi è infatti per una sensibile caduta delle nascite, già nel 2020 che si sta concludendo e con un impatto ancora più pesante nell'anno prossimo. Ferma restando la competenza dei singoli governi a decidere le misure da adottare nell'area delle politiche familiari, sarebbe stato utile se da Bruxelles fossero giunte sollecitazioni chiare a favorire la “resilienza”, come oggi si usa dire, dei nuclei con più bocche da sfamare e da “badare”, soprattutto negli stressanti periodi di lockdown domestico.
Al congresso promosso in rete da Elfac e dai Comuni amici della famiglia è intervenuto, fra gli altri, Adàm Karàcsony, componente del Comitato europeo delle regioni e autore di un importante raccomandazione trasmessa a metà ottobre alla Commissione e all'Europarlamento proprio sull'emergenza demografica in atto, che la crisi del Covid sta aggravando in modo impressionante. Di qui una serie di interventi da mettere subito in campo, perché il tempo stringe e la frana della natalità può diventare una valanga inarrestabile, dalla quale l'Europa sarà travolta.
Se nel 1916, in piena guerra mondiale, in Europa c'erano tre ragazzi sotto i 15 anni per ogni anziano oltre i 65, nel 2016 la situazione era questa: un “under 15” ogni due “over 65”. In un simile scenario le “implicazioni drammatiche” della pandemia di cui ha parlato la presidente Elfac, l'italiana Regina Maroncelli, sono facilmente intuibili. La Ue deve convincersi che la demografia ha un rapporto strettissimo non solo con l'economia, ma ormai anche con la democrazia. E di essa le famiglie, specie se numerose, sono scuola e garanzia.
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