Contro lo smarrimento dei giovani italiani
sabato 26 settembre 2020
«Siamo tutti smarriti, professore. Perché usciti dall'Università, non sappiamo letteralmente cosa fare». Sempre più spesso ascolto dai miei allievi in Università ragionamenti di questo tipo. La fase storica post-Covid è densa di incognite e di paure per tutti, figuriamoci per i più giovani. Ma è bene interrogarsi sulle ragioni profonde di questo "smarrimento" dei nostri ragazzi nel deserto delle opportunità. Prima che - per ampie fasce di ventenni e trentenni - possa diventare esclusione cronica dal circuito di cittadinanza economica e sociale, e di conseguenza rassegnazione.
Credo che la causa fondamentale del fenomeno sia l'enorme deficit di percorsi trasparenti per l'ingresso nel mondo dell'occupazione. Mettiamoci negli occhi e nei panni di un giovane italiano, che nel momento della transizione dalla formazione al lavoro cerchi opportunità mediante i canali pubblici di informazione. Troverà pochissimi e sovraffollati concorsi pubblici, falcidiati dall'ormai pluridecennale strategia di blocco del turnover nelle Pubbliche Amministrazioni che ha portato l'età media dei dipendenti pubblici a superare i 50 anni, livello record nell'Unione Europea. Volgendo lo sguardo al mondo privato, che pure offre chances di impiego di gran lunga superiori, troverà invece estrema difficoltà ad individuare le possibili opportunità. Se l'invio a pioggia dei curricula non funziona, perché produce solo inutili castelli di carta senza creare occasioni di contatto tra giovani e imprese, ai nostri ragazzi non rimane in teoria che rivolgersi ai Centri per l'Impiego o alle agenzie di collocamento privato. Peccato che i primi riescano a collocare in media soltanto il 3 per cento dei nuovi occupati e che le seconde, per naturali ragioni di profittabilità, si occupino quasi esclusivamente di profili medio-alti. La fine della storia è nota. La maggior parte dei nostri ragazzi sarà costretta a ricorrere ai "buoni uffici" di famiglia: raccomandazioni, segnalazioni e altre forme di familismo. Dimenticherà il merito, cercando la strada della cooptazione. E se e quando raggiungerà posizioni di responsabilità, sarà culturalmente portato a replicare il modello.




Come spezzare il circuito vizioso del de-merito? Stabilendo un principio generale secondo cui gli incarichi pubblici, salvo motivate eccezioni, possono essere assegnati solo mediante concorso. Creando una "banca dati" ufficiale delle posizioni lavorative scoperte nel settore privato: potrebbe diventare l'obiettivo comune di associazioni datoriali e sindacati. Sarebbe un segnale potente da parte del mondo della produzione, nel segno della trasparenza e del merito. Infine investendo risorse e competenze nella riforma dei Centri per l'Impiego, che potrebbero diventare il più efficace strumento di riattivazione dell'ascensore sociale in Italia. Nella consapevolezza che sognare un'Italia migliore sarà sempre inutile, fino a quando non affronteremo lo smarrimento dei giovani italiani.

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@FFDelzio
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