Con i no-vax sembra proprio finito il tempo dell'ascolto e della pazienza
giovedì 25 novembre 2021
Nei confronti dei no-vax bercianti, la pazienza sembra essere finita. I quotidiani italiani hanno dedicato loro, per mesi, molto più spazio di quanto il numero esiguo avrebbe meritato, alla faccia della “dittatura” che, in quanto tale, dovrebbe zittire ogni dissenso. Ma il tempo dell'ascolto, della comprensione e della tolleranza sembra tramontato. I commentatori si arrendono di fronte all'impossibilità di capire quel che a lungo si sono sforzati di capire, invano. Scrive Sergio Harari sul “Corriere” (21/11, titolo: «Noi, gli altri, l'immunità. Perché va vinta ogni resistenza»): «Difficile vincere l'irrazionalità e ricondurre alla ragione quello che alla ragione sfugge». Il giorno prima, stessa testata (“Corriere”, 20/11), nel suo dialogo con i lettori Aldo Cazzullo, sotto il titolo «La fatica di capire i No Vax», allarga le braccia: «Non riesco a comprenderli». Sulla “Repubblica” (20/11) Francesco Bei tira le conseguenze. Gli sforzi per comprendere e convincere sono risultati vani? «È arrivato il momento di affrontare e discutere la decisione più difficile, quella dell'obbligo vaccinale. Perché è lì che stiamo andando, inutile girarci attorno». Gli fa eco Massimo Giannini sulla “Stampa” (21/11): «Fate presto sull'obbligo vaccinale». La diagnosi, non nuova, spetta a Michele Serra (“Repubblica”, 23/11): «Per cogliere che cosa muove nel profondo il fenomeno No Vax, e per dimostrare ascolto e rispetto ai suoi infelici attori, non servono giornalisti, servono psichiatri e psicologi. Un esercito di psichiatri e psicologi». Illuminante, sul “Corriere” (24/11), la lettera in cui Gian Marco Rizzuti, medico in Germania, chiama in causa il “darwinismo sociale”, «corrente di pensiero che tende a vedere la società umana regolata dalle stesse leggi del mondo naturale e animale, la cosiddetta lotta per la sopravvivenza. In pratica ci sono molte persone che pensano che chi muore per una “semplice polmonite” è destinato in ogni caso a morire». E adesso ragioniamo.
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