venerdì 9 ottobre 2020
Non ci sono soltanto persone e opere che vengono dimenticate, messe da parte dalla storia, dalla "marcia del tempo", ci sono anche parole. Della scomparsa di una di queste continuo a soffrire, perché ha accompagnato in passato la mia vita e ha soprattutto accompagnato quella di milioni di persone fino a ieri: la parola compagno. Non è stata sostituita da niente con un valore minimamente comparabile, anche se per fortuna, bensì con altro significato, resiste ancora la parola fratello, come ci ha appena ricordato Francesco, ma "vissuta" fino in fondo da quanti? Quando si è diffuso l'uso della parola "compagno"? Solo certi storici inglesi di ieri ne hanno, non direttamente, parlato. Viene dal camarade della Rivoluzione francese? Quando ha preso piede nella storia del movimento operaio e, per un naturale e necessario allargamento, nella storia dei poveri e degli oppressi di tutto il mondo? Indicò all'inizio gli appartenenti a un gruppo definito, a un partito, a un sindacato, ma più lontano ancora, azzardo, alle associazioni di mestiere del Medio Evo, per esempio ai compagnons de voyage della tradizione francese. Che giravano di paese in paese offrendo i loro servizi soprattutto nel campo dell'edilizia e riuscirono a organizzare luoghi di ospitalità da loro stessi gestiti: una storia affascinante sulla quale c'è, assurdamente, poca bibliografia. (E ricordo che nel mio paese di forte ascendenza medioevale le associazioni di mestiere si chiamarono fino agli anni del boom "università" - dei fabbri, degli scalpellini, dei muratori, dei falegnami eccetera -, con una parola che all'origine era anch'essa sacra.) Nella storia del movimento operaio e contadino e delle sue organizzazioni la parola "compagno" diventò il segno di un'appartenenza, senza però limitarsi ai membri di una specifica organizzazione. Come i socialisti e i comunisti e i membri dei sindacati, si chiamavano compagni anche i repubblicani, certi liberali e i cattolici non solo di base: la parola compagno e compagna apparteneva a tutti coloro che militavano per la giustizia sociale mentre oggi - pensate un po'!- le si usa solo come sostituti di marito e moglie, "regolari" o no non importa. Ho sentito La Pira chiamare «compagno» il comunista Bilenchi e Bilenchi il democristiano La Pira, e così persone di opposta visione e politicamente quasi nemiche come Lelio Basso e Ugo La Malfa. Era una parola che indicava una solidarietà di fondo, la scelta di campo primaria ed essenziale di stare dalla parte della giustizia sociale. Dalla parte opposta a quella dei "padroni", come ci ricordò il bel film sfortunato di Monicelli che si chiamò appunto I compagni, sfortunato perché già negli anni sessanta benestanti la parola stava passando di moda. Quel sentimento di appartenenza o di scelta stava scomparendo perfino negli scialbi residuati delle grandi organizzazioni di sinistra e nei loro giornali, anche se, credo, tornerà necessariamente a fiorire.
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