venerdì 9 febbraio 2018
Molte persone che incrociamo al volo nelle circostanze più varie e poi non rivediamo più passano nella nostra vita come gocce d'acqua piovana sotto la ringhiera: restiamo attaccati uno all'altro per pochi istanti prima di sciamare via, uno da una parte, uno dall'altra. La grande maggioranza di questi compagni di un solo momento vengono presto dimenticati, a meno che il ricordo non torni su di loro fissandone l'immagine nella memoria. Ciò si verifica soprattutto quando il fortuito incontro avviene in un luogo simbolico, là dove la forza del passato ha inciso, come un misterioso scultore, dentro la percezione collettiva.
Che fine avrà fatto, mi chiedo, la bambina che, tanto tempo fa, alla fermata del tram di Hiroshima, mi condusse quasi per mano davanti all'ipocentro? Restò accanto a me dieci, al massimo venti secondi, seria e concentrata con gli occhietti fissi sulla fiamma perpetua che i giapponesi tengono accesa per ricordare il bombardamento nucleare, quindi tornò a correre festosa nel giardino verso sua madre. Potrebbe essere già laureata, sposata, magari anche lei adesso avrà dei figli. Più vado avanti negli anni, più mi rendo conto che tutti siamo il frutto di queste relazioni perdute, quasi fossimo forgiati in un tumulto creativo che usa la nostra esistenza come argilla vitale.
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