Come decolonizzare un inno nazionale
martedì 26 novembre 2019
Per ora non si parla della bandiera. Il tricolore, così come è stabilito nella Costituzione del Niger, rimane quello dell'indipendenza: tre bande orizzontali, rettangolari, di uguali dimensioni che dall'alto in basso prevedono l'arancione, il bianco e il verde. La striscia bianca mediana accoglie nel suo seno un disco di colore arancione. Il motto, per ora non messo in discussione, è a sua volta fissato dalla Carta costituzionale e si articola nel consueto trittico post rivoluzione francese. La fraternità dimenticata, il lavoro confiscato e il progresso che la sabbia fa di tutto per disorientare. Ci sono, poi, le feste fisse e quelle mobili che variano a seconda della luna trattandosi di argomenti religiosi. Nel migliore dei casi, queste ultime, sono annunciate da comunicati o, in modo più attuale, tramite messaggi sui telefonini, che contemplano pure le ore da consacrare alle preghiere rituali, per ora fuori Costituzione. Dall'indipendenza, riconosciuta nel 1960 come in buona parte dei Paesi africani, tutti questi elementi non hanno subito variazioni ragguardevoli. La bandiera sventola negli edifici pubblici e nelle scuole. Alunni e studenti hanno l'obbligo morale di salutarla al mattino e assistere alla sua messa in custodia quando scende la sera. L'arancione e il bianco rappresentano i tipi di deserto che arredano il Paese e il verde ricorda le fertili zone lungo il fiume Niger o nelle oasi. Quanto al disco arancione nel mezzo del bianco rappresenta con tutta evidenza il sole che, assieme alla sabbia, dà continuità alla storia del Paese.
Dell'inno invece si parla. Scritto da un musicista francese l'anno seguente a quello dell'indipendenza, sarà cambiato per renderlo più in armonia con lo spirito della decolonizzazione. Maurice Thiriet, compositore di musica classica e di film e autore del testo, è scomparso nel 1972. Non ha avuto l'onore di conoscere l'attuale compagine governativa composta da 41 ministri più i consiglieri e gli addetti alle missioni speciali. Non poteva sapere che sarebbe arrivata la spinta del Rinascimento culturale nigerino. Al nuovo aeroporto internazionale coi nuovi raccordi stradali fanno eco i nuovi alberghi a cinque stelle della capitale e un prossimo centro culturale dedicato al Mahatma Gandhi. I nuovi cavalcavia e università, assieme al terzo ponte sul fiume Niger, gli acquisti di nuovi armamenti e la ratificazione prossima di un accordo di difesa con la Turchia, non potevano evitare il progetto di modificare il testo dell'inno nazionale. Esso appare inadeguato e persino fuorviante nel contesto della lotta senza quartiere contro i gruppi armati terroristi che creano sconcerto e desolazione nel Paese e nella regione. «Ci sono passaggi nell'inno che sono oggetto di critiche unanimi. È necessario un inno che possa galvanizzare la popolazione, che si trasformi in una sorta di grido di guerra capace di toccare le nostre fibre patriottiche». Così spiegava il ministro nigerino del Rinascimento culturale, Assoumana Malam Issa, alla tv di Stato.
Visto come vanno le cose in questo ambito, sembra difficile dargli torto. Per ora in agosto, in occasione della festa per l'anniversario dell'indipendenza, si piantano alberi invece di organizzare sfilate militari. Non è detto che questa scelta duri nel prossimo futuro. Cambiare il testo dell'inno dovrebbe implicare un ritorno coerente con la dichiarazione di indipendenza. Invece accade il contrario. Mai come adesso il Paese si trova ostaggio di aiuti umanitari, eserciti stranieri, accordi di iniquo scambio, interessate presenze occidentali, asiatiche, americane (del nord e del sud) e, colmo della disdetta, la squadra nazionale di calcio che ha perso in casa 6 a 2 contro il Madagascar. Certo non si tratta di «essere fieri e riconoscenti per la nuova libertà», come recita il testo attuale dell'inno, quando la libertà si è conquistata con lotte e non è stato un affare di riconoscenza al colonizzatore. Tutto vero a condizione che, come afferma l'articolo 12 della Costituzione della Settima Repubblica «ognuno ha diritto alla vita, all'integrità fisica e morale, a una alimentazione sana e sufficiente, all'acqua potabile, all'educazione e all'istruzione nelle condizioni definite dalla legge». Cambiare le parole, come proporrà la commissione nominata per questo scopo, senza cambiare la “musica” nella politica del Paese, non sarà nulla di più che un'arma di distrazione di massa.
Niamey, novembre 2019
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