sabato 7 ottobre 2017
Siamo sufficientemente maturi e adeguatamente "sicuri" (in termini di forza della nostra identità, più che di ordine pubblico) per l'introduzione nel nostro Paese di una forma temperata di ius soli, oppure è meglio rimanere ancorati esclusivamente al più tradizionale e "prudente" ius sanguinis? Il nodo (finalmente) viene al pettine anche in Italia e ci mostra nudi alla meta della "globalizzazione degli uomini", che attraverso i flussi migratori da Sud e da Est impatta in modo rilevante sul nostro territorio da almeno vent'anni. Ma quando la politica torna a discutere di diritti e di questioni legate ai cardini fondamentali della vita di una persona, è sempre un buon segno. Anche se i toni diventano accesi, perfino se qualcuno decide di ricorrere ad azioni "radicali" come lo sciopero della fame. Ciò che invece sarebbe inaccettabile, francamente, è che il risultato di una discussione così ampia tra le forze politiche, nei salotti tv e nelle case del nostro Paese fosse l'opzione zero. Ovvero non fare assolutamente nulla, aspettando (forse) un'altra maggioranza e un altro Governo.
È evidente che l'attuale modello della cittadinanza italiana – figlio non a caso di una legge del 1992, quindi di un'era geologica precedente rispetto ai fenomeni migratori – non può più reggere il confronto né con la realtà quotidiana di tutti noi, né con la normativa vigente negli altri Paesi europei. Un compromesso "nobile e alto" sarebbe, dunque, non solo possibile e auspicabile, ma addirittura doveroso. Lo spazio politico c'è, in realtà (e proprio qui, giovedì 28 settembre, il dialogo tra il coordinatore di Ap e il direttore di "Avvenire" lo ha fatto un po' emergere): rispetto alla riforma approvata dalla Camera, che prevedeva le due nuove forme di acquisizione della cittadinanza dello ius soli temperato e dello ius culturae, si potrebbe abbandonare il primo e puntare tutto sul secondo. Introducendo il diritto di ottenere la cittadinanza italiana soltanto a favore dei
bambini nati in Italia da genitori stranieri o arrivati in Italia prima del dodicesimo anno di età, che abbiano completato cinque anni di istruzione. Sarebbe il riconoscimento (importantissimo) di un modello di integrazione basato sulla centralità della scuola. E consentirebbe al legislatore di fotografare la realtà dei nostri istituti di formazione, dove bimbi appartenenti a etnie e culture diverse quotidianamente convivono, giocano, crescono insieme in una cornice di insegnamenti coerente con i nostri valori e le nostre regole.
Immagino che un compromesso politico di questo tipo possa risultare accettabile anche per forze politiche, come quella guidata da Angelino Alfano, che insistono sulla difesa della nostra identità. Perché non provarci?
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