Ciò che è umano non è artificialeRenzoPegoraro
giovedì 3 marzo 2022
Da tempo si parla sempre più di intelligenza artificiale e del suo impatto in tutti gli ambiti di vita, tra cui le varie applicazioni in campo sanitario.
Non è facile dare una semplice e completa definizione di intelligenza artificiale (sigla inglese: AI): riprendendo il Comitato nazionale per la Bioetica italiano (29 maggio 2020), si può definire come l'insieme delle tecnologie informatiche capaci di «imitare alcuni aspetti dell'intelligenza umana, per sviluppare prodotti informatici o macchine, in grado sia di interagire e di apprendere dall'ambiente esterno, sia di assumere decisioni con crescenti gradi di autonomia». Ciò è diventato possibile attraverso potentissimi computer che riescono a elaborare in tempi rapidi enormi quantità di dati. Qui si parla di big data, ossia grandi masse di informazioni/dati di varia origine, cioè provenienti dai sistemi sanitari, da Internet, dai social media, dai cellulari, dagli acquisti: tutto fornisce dati, informazioni sui nostri comportamenti e scelte che vengono raccolti e incrociati. Così si realizzano sempre più sofisticati algoritmi, cioè procedimenti sistematici di calcolo per risolvere problemi attraverso varie operazioni sui dati raccolti e correlati tra loro.
Rimane quindi la distanza tra macchina e realtà umana, anche se l'accelerazione nello sviluppo di queste tecnologie necessita di riflessioni antropologiche ed etiche sempre più attente, mettendo al centro di tutto la persona umana, quindi riconoscendo princìpi morali fondamentali e stabilendo norme giuridiche adeguate.
La Pontificia Accademia per la Vita ha proposto la «Rome Call for AI ethics» (28 febbraio 2020), cui hanno aderito imprese e istituzioni, per affermare alcuni princìpi etici fondamentali, come: trasparenza, inclusione, responsabilità, imparzialità, affidabilità, sicurezza. Riferendosi alla salute, sono numerosi e urgenti i problemi di rilevanza etica legati all'applicazione dell'AI: le possibilità diagnostiche, rapide e meno costose, che chiedono di ripensare il rapporto medico/paziente, e la responsabilità clinica/professionale; il concetto di salute della popolazione e gli interventi di promozione sanitaria; il consenso delle persone alla raccolta e l'utilizzo dei dati e la questione della privacy; la trasparenza e sicurezza dei sistemi. Una maggiore informazione della gente su questi temi, la formazione necessaria di medici e infermieri, la responsabilità delle autorità sanitarie, un approccio interdisciplinare per una reale governance di queste possibilità offerte da AI, rappresentano un impegno di tutti, per utilizzare verso il bene questi progressi della scienza e della tecnica, ed evitare derive pericolose e disumanizzanti.
Cancelliere
Pontificia Accademia per la Vita
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