venerdì 20 dicembre 2013
Ho esitato prima di scriverne: il tema è natalizio ma il mio svolgimento può riuscire poco adeguato (eufemismo) all'atmosfera; e quindi dispiacere ai lettori e al giornale. Forse però i giochi non sono tutti fatti, a Natale mancano cinque giorni: ed è dato spenderli utilmente. Cosa voglio dire, allora, che sono incerto se dire o no? Voglio dire della mia paura del Natale. Non è una paura nuova. Come non è nuova la mistificazione del Natale: una mistificazione consumistica e mediatica protratta per tanti anni. A ben ricordare anzi c'è sempre stata; ma non con queste dimensioni: la sua quantità alla fine diventa qualità, toglie sempre più spazio al resto, lo snatura. Per me il Natale è quello perduto della mia infanzia, al più della mia adolescenza nel tempo di guerra, in un paese sardo: del Regem venturum dominem venite adoremus al suono di un armonium scordato, fra zaffate d'un povero incenso. La Novena (per eccellenza) si celebra ancora, magari in latino (con qualche sofisticazione); ma è scivolata al margine delle nostre vite. Il Natale è diventato irrimediabilmente altro. Irrimediabilmente, davvero? Non c'è modo di far tornare Natale questo Natale? Bisogna scommettere — può divenire l'impegno dei prossimi giorni — che ci riusciremo. E c'è soltanto un modo: restituirlo al Bambino.
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