Anna Maria Ortese, dimenticata anima impavida
mercoledì 9 novembre 2016
Il 13 marzo 1990 il trentacinquenne Franz Haas, lettore di tedesco all'Orientale di Napoli, scrive ad Anna Maria Ortese per esprimerle la disponibilità a scattare alcune foto dei vicoli napoletani, del Pallonetto, avendo saputo da Fabrizia Ramondino che la scrittrice, dal suo esilio di Rapallo, ne avrebbe bisogno per il nuovo libro che sta scrivendo (e sarà Il cardillo addolorato). Il giovane è entusiasta dei libri dell'Ortese, e nella lettera, inconsapevolmente, tocca il cuore della scrittrice dichiarando che Il porto di Toledo «è il romanzo italiano più importante, o in ogni caso: il più bello del dopoguerra».
Il 21 marzo la scrittrice, settantaseienne, risponde traboccante di gratitudine come se, finalmente, si sentisse compresa. «Quel libro sempre alle mie spalle come un reato», scrive. Perché Toledo, il suo capolavoro del 1975, non è stato capito, le ha creato intorno un cerchio di diffidenza, l'ha fatta cadere in depressione, Rizzoli l'ha mandato al macero anticipatamente. Eppure, con Il mare non bagna Napoli, l'Ortese aveva vinto un premio a Viareggio nel 1953, e con Poveri e semplici, nel 1967, addirittura lo Strega. «Toledo, insomma – scrive ancora ad Haas – è stata l'esperienza letteraria umiliante, l'esame, la prova d'esame, in cui sono caduta. Se, dopo, qualcuno ha cercato di rivalutare altri miei libri - Toledo mai - questo non ha cambiato le cose».
Inizia così il carteggio tra la scrittrice e il giovane austriaco, oggi intitolato Possibilmente il più innocente, con prefazione di Francesco Rognoni (Sedizioni, Mergozzo 2016, pp. 192, euro 25). Sono 46 lettere e 14 cartoline della scrittrice, fra il 1990 e il 1998, mentre stralci delle lettere di Haas, che oggi ha la cattedra di Letteratura tedesca nella Statale di Milano, sono richiamate solo per contestualizzarle (in appendice ci sono gli splendidi articoli ortesiani pubblicati da Haas su importanti giornali e riviste non solo italiani).
Il titolo scelto per il carteggio viene da una lettera dell'Ortese (5 settembre 1990) che svela il cuore delle ragioni del suo scrivere: «Ho sempre in mente questa inesausta decisione umana, di danneggiarsi e distruggere un altro - possibilmente il più innocente. Ci si domanda perché. Il perché, è solo nel ribollire incontenibile del nulla. Il nulla di verità, intendo».
Le lettere ad Haas, oltre che un ormai imperdibile autocommento dell'autrice, sono esse stesse un romanzo, il romanzo di una donna estranea al mondo, in lotta con la povertà (nel 1986 riceverà il sussidio della Legge Bacchelli), convinta dell'inutilità dello scrivere per cambiare il mondo, eppure incapace di tradire la sua vocazione di scrittrice, sempre per dire la sua verità, di Cassandra e Antigone insieme.
Haas incontrerà l'Ortese solo tre o quattro volte, ma le lettere rivelano l'intimità di un'amicizia. Haas le farà scoprire La cognizione del dolore di Gadda e i libri di Ingeborg Bachmann, le manderà le foto delle sue bambine; lei vorrebbe addirittura aiutarlo nella carriera accademica. «Per mia fortuna – annota Haas – non riuscì mai a "intervenire", ché ogni suo sforzo sarebbe stato non solo inutile ma proprio controproducente».
Sarà l'intuito di Roberto Calasso a far uscire l'Ortese dal limbo editoriale, arruolandola autrice Adelphi (nel 1987 aveva firmato un contratto con Mondadori, che prevedeva un anticipo di venti milioni di lire per due Meridiani di "Tutte le opere", che non si fecero mai). E il successo del Cardillo addolorato fu pieno. Ma l'Ortese non cesserà mai di riprendere e ritoccare il Toledo, che uscirà in nuova edizione Adelphi nel 1998, poche settimane dopo la morte dell'autrice, il 9 marzo 1998.
Così Francesco Rognoni conclude la prefazione al carteggio: «Adesso me la sentirei d'affermare che l'Ortese è la scrittrice italiana del Novecento che usa con più cognizione di causa - e più impavidamente - la parola anima».
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI