martedì 15 marzo 2022
«Poiché non c'è per l'uomo, fatto libero, di una preoccupazione più costante, più determinata di quella di cercare un essere davanti al quale prosternarsi…». Così Fëdor Dostoevskij nella "Leggenda del Grande Inquisitore", nel suo noto "I fratelli Karamazov". Questa è una vicenda che parte da molto lontano e che il filosofo e scrittore Étienne de La Boétie aveva a suo tempo sottolineato nel suo scritto "Discorso sulla servitù volontaria". In realtà, c'è solo l'imbarazzo della scelta perché prosternarsi, sottomettersi a poteri più o meno costituiti sembra far parte dell'umana avventura, così come sembra si presenti ai più.
La libertà è sempre stata pericolosa, per il singolo, la società e i poteri che la storia sforna secondo le epoche e le stagioni. L'essere di cui parla Dostoevskij può trasformarsi in cosa, situazione o realtà che sembra fatta per catalizzare, per un certo tempo o in modo permanente, l'adorazione o almeno la deferenza dei cittadini.
Per esempio, la violenza delle armi, della guerra, come via privilegiata di risoluzione di conflitti, il sacrificio espiatorio o redentore, ben smascherato a suo tempo dall'antropologo francese René Girard. La bandiera, la terra, la cultura, l'etnia, la razza, lo schieramento, la maglia, la lingua, la religione e tutto ciò che conferma, protegge e rafforza l'«identità» assolutizzata. La prosternazione, adesione servile a questa sfaccettate realtà non può che condurre a quanto assistiamo, più o meno confusi, in questi giorni, decenni e secoli. I nazionalismi di varia matrice e le ideologie totalitarie, tra le quali è da annoverare il capitalismo fin dalla sua nascita, ne sono gli esempi più immediati. Si costituiscono e formano eserciti, si perfezionano armi, si raffinano le strategie e si acquistano droni per uccidere, chirurgicamente, i nemici del momento perché nella storia politica dei popoli nulla è più importante di un nemico. Vero o inventato è insostituibile per il sistema.
Ci si prosterna al potere, al denaro, al successo, al prestigio, alle frontiere come fossero divinamente rivelate e non invece semplice e contingente espressione di un rapporto di forze politico-militari. Ci si piega davanti al capo, al re, al presidente, al dottore, al religioso, al politicante dalle parole suadenti che insinuano miracoli sociali. Si adorano i guaritori, gli indovini, gli spacciatori di novità, gli artisti e i funamboli del nulla, i magnati e i profeti che danno garanzie a chi assicura il potere sul presente. Ci si inchina davanti ai forti della storia, a coloro che hanno la prima e soprattutto l'ultima parola che può decidere della vita e della morte degli altri. Ci si prosterna, infine, davanti allo specchio che riflette l'immagine di sé che vorremmo gli altri abbiano di noi. L'adorazione di sé conduce all'aridità della vita.
Fortuna non sono mai mancati, né mancheranno mai, coloro che non piegano le ginocchia dinnanzi a nessuno, se non davanti ai poveri.
Niamey, 13 marzo 2022
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