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sabato 27 luglio 2013
Papa Francesco passa tra la folla di Rio de Janeiro con le braccia aperte e il sorriso pronto. Verrebbe voglia di mettere un accento sull'ultima vocale, tanto il suo avvicinarsi alla gente assomiglia all'atto di un padre che ascolta e mai a un Papa che scende del trono. Davanti alla folla dei giovani sembrava cercasse di avere più braccia per tenerli tutti con sé e coprirli dal vento e dalla pioggia. Molti anni fa scesi anch'io con un grande aereo su quella città piena di contrasti, di ricchezza e di immensa povertà, di straordinaria bellezza e di miserabili vite consumate nelle favelas. Sono colline intere che guardano con occhi di invidia, di fame o di rassegnazione quella parte di città adagiata lungo il mare che non appartiene a loro. Non ebbi che poche ore di tempo per salire sul «pan di zucchero». Un missionario nell'Amazzonia mi attendeva. Salire su di un piccolo aereo fu niente finché dovetti chiedere scusa ai pochi viaggiatori dicendo che aspettavo mio figlio che era in ritardo. Nessuno protestò pensando ch'io avessi un bambino da portare con me, ma quando dopo mezz'ora si presentò un ragazzo alto un metro e novanta con un sorriso accattivante e un cappello a sghimbescio ci volle tutta la mia politica per far sì che l'aereo partisse senza incidenti. L'arrivo a Belèm, città infuocata, doveva riservarci una piacevole sorpresa: i padri missionari del Pime ci aspettavano con bibite fresche e ventagli di carta. Fummo accompagnati al loro centro in città. Era già notte e ci vennero date due stanze che subito trovai disadorne e povere. Mi sembrò terribile dormire in quel posto. Al mattino alcune ore di macchina ci portarono alla missione in mezzo a una foresta senza confini. Don José viveva nell'unica casa di muratura del luogo e aveva fatto costruire da poco tre stanze direttamente sulla terra per eventuali ospiti. Verso le sei di mattina, quando la foresta si liberava della nebbia della notte e si agitavano gli uccelli dalle piume colorate e i grandi fiori diffondevano l'ultimo forte profumo che tra poco il sole avrebbe distrutto, la voce del missionario, attraverso un gioco di piccole stazioni radio, arrivava alla capanne nascoste fra gli alberi a portare la sua benedizione e l'augurio di una buona giornata. La vita camminava lenta, ma viva nei sorrisi dei bambini, delle ragazze che cantavano, delle voci delle donne che cuocevano la mandioca. Un giorno don José mi chiese di accompagnarlo vicino a una capanna dove era un uomo in agonia. Rimasi lì fuori e poco a poco arrivarono tanti bambini scalzi che si misero attorno a me in silenzio. Cercai d'insegnare loro una filastrocca per farli giocare. Non sapevo che fra loro c'era il figlio di chi stava perdendo la vita. Poi José venne sulla porta e disse qualche parola che non compresi, allora le piccole voci iniziarono un canto per accompagnare quell'anima al loro cielo. Battevano i piedi con ritmo sapiente e la polvere della terra asciutta saliva sui pochi abiti fino a coprire gli occhi scuri. Al mio ritorno a Belèm le stanze della missione mi sembrarono eleganti come quelle di un grande hotel.
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