giovedì 9 maggio 2019
Nella basilica si è concluso questo pomeriggio il cammino diocesano portato avanti durante l’anno pastorale insieme al cardinale vicario Angelo De Donatis e tutta la diocesi
Papa Francesco con il cardinale De Donatis nella basilica di San Giovanni in Laterano (Lapresse)

Papa Francesco con il cardinale De Donatis nella basilica di San Giovanni in Laterano (Lapresse)

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Evangelizzare non è «risistemare», quasi che Roma e la sua Chiesa siano un museo. Evangelizzare è vivere del «santo squilibrio del Vangelo», e in special modo delle Beatitudini, che, secondo il Papa, «meritano il Premio Nobel dello squilibrio». Francesco lo ha raccomandato ieri sera agli operatori pastorali della sua diocesi, riuniti nella Basilica di San Giovanni in Laterano, insieme con il cardinale Vicario Angelo De Donatis, e i vescovi ausiliari per l’atto conclusivo del cammino di riflessione sul “fare memoria” e sulla “riconciliazione” compiuto dalle comunità nel corso dell’anno pastorale. Il Pontefice ha anche messo in guardia contro i nuovi mali. «Ci sono in tanti quartieri di Roma guerre tra popoli, discriminazioni, xenofobia e anche razzismo». «Oggi – ha detto – ho incontrato in Vaticano 500 rom e ho sentito cose dolorose. Xenofobia: state attenti, perché il fenomeno culturale mondiale, diciamo almeno europeo, dei populismi cresce seminando paura». E a conferma della netta condanna di ogni discriminazione all’incontro erano presenti gli Omerovic, la famiglia rom contestata a Casal Bruciato dopo che le era stata legittimamente assegnata una casa popolare.

Soprattutto, però il Papa ha invitato a riprendere in mano il discorso da lui stesso pronunciato a Firenze, nel 2015, in occasione del Convegno della Chiesa italiana, e la Evangelii Gaudium. «Occorre esercitare – ha detto – uno sguardo contemplativo sulla vita delle persone che abitano la città. Sentire cosa pensano e sentono, cercando di raccogliere storie di vita esemplari di ciò la maggioranza vive». In sostanza «avvicinarsi toccando la realtà», ascoltando il grido delle persone, di cui prima del suo discorso a braccio gli avevano parlato una laica che lavora con i giovani a rischio, una famiglia e il direttore della Caritas don Benoni Ambarus. «Dobbiamo abitare con il cuore, non con i piani pastorali. Se non abitiamo con il cuore, la Chiesa diventa sorda alla voce della città», ha sottolineato Francesco. E questa voce, ha notato, spesso proviene da «cittadini a metà , non cittadini, avanzi urbani. Perché ci sono persone che non accedono alle stesse possibilità di vita degli altri, che vengono scartate, c’è reazione, violenza, corruzione, criminalità , traffico di droga e di esseri e umani, abuso di minori e abbandono degli anziani. Si generano tensioni insopportabili»

Tuttavia, per portare il Vangelo in queste situazione la prima tentazione da evitare è appunto quella di «risistemare». Niente clericalismo, men che mai il funzionalismo. Al contrario «la vera riforma della Chiesa comincia dall’umiltà e l’umiltà passa dalle umiliazioni. Mai guardare gli altri dall’alto in basso, anche se palesemente sbagliano. «Soltanto in un caso è lecito guardare una persona dall’alto in basso. Per aiutarla a rialzarsi». Ma «chi è senza umiltà e disprezza non sarà mai un buon evangelizzatore, perché non sa guardare oltre le apparenze, penserà che gli altri sono nemici e senza Dio e non saprà ascoltare il loro grido».
Secondo tratto dell’evangelizzazione è il disinteresse, «la condizione per poter ascoltare gli altri davvero. Attenti al peccato dello specchio, narcisismo e autoreferenzialità», ha sottolineato il Papa.

Infine le Beatitudini, da offrire come la «via dell’incontro con la misericordia divina». «In questi giorni - ha notato Francesco - penso spesso alla mitezza, una parola che rischia di cadere dal vocabolario come è caduto il verbo accarezzare». Il Pontefice ha quindi invitato a non scandalizzare i piccoli. «Se offriamo lo spettacolo di una comunità presuntuosa, ci meritiamo le parole di Gesù, che consigliava di mettersi una macina al collo e buttarsi al mare. Roma è lontana dal mare, ma si potrebbe dire, vatte a butta’ ar Tevere», ha aggiunto suscitando il sorriso dei presenti.


Prima del discorso a braccio del Papa, un parroco, don Mario, aveva presentato il cammino fatto, parlando di «stanchezza, autoreferenzialità, divisioni». «Abbiamo perso mordente come Chiesa in questa città – aveva riconosciuto – e ci sembra che il numero dei lontani vada crescendo. Ma ci sono anche tanti germogli di primavera a Roma. La nostra non è una Chiesa rassegnata, depressa, ma desiderosa di affrontare le sfide del nostro tempo. E «la questione urgente è una sola: la nuova evangelizzazione di Roma, centro del cristianesimo, ma anche terra di missione. Non possiamo più aspettare la gente, dobbiamo andare a cercarla». Proprio ciò che chiede il Papa.

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