mercoledì 22 novembre 2017
Nella conversazione col giornalista argentino Hernán Reyes Alcaide il “no” alla corruzione, l’elezione di Benedetto XVI, il monito contro i preti «padroni» e il populismo che strumentalizza la gente
Papa Francesco durante la visita a Campobasso nel 2014 (LaPresse)

Papa Francesco durante la visita a Campobasso nel 2014 (LaPresse)

Le radici dell’enciclica Laudato si’ che affondano nella Terra dei fuochi in Campania; l’elezione di Joseph Ratzinger al soglio pontificio; la messa in guardia dai preti «padroni»; l’impegno dei cattolici a «rafforzare la democrazia»; la corruzione che mina lo Stato e la società; il “no” a chi vuole «strumentalizzare politicamente la cultura del popolo a servizio del suo proprio potere»; l’emergenza ecologica in Amazzonia. Sono molti i temi che papa Francesco affronta nel libro-intervista Latinoamérica, frutto di conversazioni con il giornalista Hernán Reyes Alcaide, il corrispondente dell'agenzia di Stato argentina a Roma, la Telam. Pubblicato dalla casa editrice argentina Planeta è nelle librerie della patria di Jorge Mario Bergoglio dallo scorso 30 ottobre. «Questo libro è il frutto di una serie di incontri che ho avuto con il Papa nella residenza di Santa Marta in Vaticano – spiega lo stessa giornalista – durante i quali il Papa ripercorre i dieci anni dall’incontro dell'episcopato latinoamericano ad Aparecida, in Brasile».


Nel lungo dialogo Hernán Reyes Alcaide chiede a Francesco se ci sia stato un “clic” della sua coscienza ambientale. E il Pontefice risponde: «C’è stato un fatto puntuale, quando sono stato a Campobasso a luglio del 2014 e sono passato per la Terra dei fuochi, la zona di interramento e incendio dei rifiuti tossici nel sud Italia. Mi commosse e da allora fu un crescendo attraverso le notizia, una presa di coscienza lenta». Il Papa sottolinea anche come il primissimo «choc, quello che mi aprì la porta al tema» sia stato alla Conferenza dell’episcopato latino-americano, ad Aparecida nel 2007.

La firma di papa Francesco nell'enciclica 'Laudato si'' del 2015

La firma di papa Francesco nell'enciclica "Laudato si'" del 2015

Altro tema che viene affrontato è l’elezione di Benedetto XVI. Methol Ferré, soprannominato “Tucho” dagli amici, intellettuale uruguaiano amico di Bergoglio, aveva detto che al Conclave del 2005 non era tempo di un Papa latinoamericano. «Sì, condivido la posizione di Tucho», afferma Francesco. «Quando lo lessi a Buenos Aires prima di venire al Conclave dissi “intuizione geniale”. Oltre all’azione dello Spirito Santo che agisce in Conclave, in quel momento la congiuntura storica indicava un’altra cosa: l’unico uomo che aveva la statura, la saggezza e l’esperienza sufficiente per essere eletto era Ratzinger. Al contrario c’era il pericolo di eleggere un Papa “di compromesso”. E eleggere un Papa “di compromesso” sembra che non sia molto evangelico da dire».

Papa Francesco con Benedetto XVI nel giugno 2017 (L'Osservatore Romano)

Papa Francesco con Benedetto XVI nel giugno 2017 (L'Osservatore Romano)

Francesco parla del volto della Chiesa che ha in mente. Lo fa prendendo spunto dalla domanda sulla diffusione di nuovi movimenti religiosi che gravitano nella galassia evangelica in America Latina. C’è la responsabilità della Chiesa cattolica? «In parte sì – avverte il Papa –, perché non è stata vicina al popolo. La gente cerca Dio in un sentimento religioso. E cerca vicinanza. La gente chiede vicinanza, chiede che la si conosca per nome. E ne ha diritto! Il prete non deve essere un padrone, ma un pastore. C’è un protagonista nella Chiesa ed è il popolo di Dio». Bergoglio denuncia anche il ritardo della Chiesa latino-americana «nella conversione pastorale» indicata ad Aparecida nel 2007. «Siamo però a metà del cammino». Perché? «Potrei sbagliarmi, ma ho un’ipotesi: si chiama clericalismo. Il clericalismo latino-americano è molto forte. Faccio un esempio: come arcivescovo di Buenos Aires alcuni sacerdoti mi dicevano “c’è un laico in parrocchia che vale oro, mi organizza questo, fa quest’altro. Lo facciamo diacono?”. Lo si voleva subito clericalizzare».


Francesco guarda anche all’ambito politico. «Oggi si abusa della parola “populismo” e la si utilizza senza sfumature per riferirsi a situazioni molto diverse – chiarisce nel libro –. In primo luogo distinguerei “populista” da “popolare”. Si chiama “popolare” chi riesce a interpretare il sentire del popolo, le sue grandi tendenze, la sua cultura. E questo in sé non ha nulla di male. Al contrario, può essere la base per un progetto durevole di trasformazione». Poi aggiunge: «L’espressione “populismo” a volte si riferisce anche a questa capacità per interpretare e offrire un canale al sentire popolare. Ma acquisisce un significato negativo quando esprime la capacità di alcuni a strumentalizzare politicamente la cultura del popolo a servizio del suo proprio potere. Il problema è che oggi questa parola si è convertito in cavallo di battaglia dei progetti ultraliberali al servizio dei grandi interessi, che promettono una ricaduta positiva a partire dagli abbondanti benefici delle imprese». Da qui il richiamo. «Prima di questa ideologia, chiunque intendesse difendere i diritti dei più deboli veniva presentato come “populista” con tono fortemente dispregiativo. Con questo mutamento, molto presente nei grandi mezzi di comunicazione, desidero ricordare che io stesso ho avvertito (nella Evangelii gaudium, 204) che è “lungi da me il proporre un populismo irresponsabile”».


Quindi un riferimento al ruolo dei cristiani nella società. «Credo che uno dei doveri del cattolico latinoamericano è di rafforzare la democrazia. Perché come ogni sistema politico, se non si mantiene tende a deperire». Francesco spiega che «ci sono Paesi nel mondo dove la democrazia può essere nominale ma non reale. È perché si è degradata a causa della corruzione o della confusione tra poteri, per la poca separazione tra essi o per il sopravanzare di uno sull’altro. Bisogna essere sempre vigili affinché la democrazia si mantenga in tutte le sue forme. Lottare per la democrazia oggi in America latina è una delle priorità dei cristiani».


Il Papa firma anche l’introduzione del volume. «A volte – scrive – vedo che costa notare che nella Chiesa non ci sono regioni di prima o di seconda classe, ma espressioni culturali differenti. In alcuni Paesi e Chiese locali sembra esserci una certa consapevolezza di superiorità, ma se uno guarda la storia concreta riconosce che non ci sono solo luci. Altri Paesi, con minor sviluppo economico, possono avere una ricchezza di cultura e di valori che hanno un distinto aspetto e che abbelliscono il Vangelo con un volto diverso. Il fatto che la loro logica sia diversa, che il loro modo di esprimere la verità sia differente non significa che siano cristiani di minor valore».

La deforestazione dell'Amazzonia (Reuters)

La deforestazione dell'Amazzonia (Reuters)

Infine un cenno alla questione ecologica in Amazzonia che «è una delle cose più serie che dobbiamo affrontare in America Latina. La Chiesa deve dare una risposta. Bisogna denunciarlo e trovare cammini per risolverlo». Ecco perché Bergoglio ha convocato per il 2019 a Roma un Sinodo speciale dei vescovi sulla questione amazzonica.

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