venerdì 8 febbraio 2019
Il discorso ai religiosi e alle Suore Bianche nel 150° della fondazione. «Grazie per il vostro lavoro in favore del dialogo con l’Islam».
Missionario dei Padri Bianchi nell'Africa Equatoriale (Wikimedia Commons)

Missionario dei Padri Bianchi nell'Africa Equatoriale (Wikimedia Commons)

Compiono 150 anni i Padri Bianchi e le Suore Bianche. Nell’ottobre 1868 il cardinale francese Charles-Martial Allemand Lavigerie (1825-1892) aprì il primo noviziato della Società dei Missionari d’Africa, con alcuni chierici del seminario diocesano di Algeri che si erano offerti per l”apostolato in mezzo ai musulmani.

Furono chiamati Padri Bianchi per via della lunga tunica bianca (gandura) che divenne il loro abito ufficiale, con il mantello bianco leggermente adattato (burnus), tipico elemento dell’abbigliamento maschile nell’Africa del Nord.

Nel 1869, il cardinale Lavigerie fondò anche la Congregazione delle Suore Missionarie di Nostra Signora d’Africa, le Suore Bianche appunto, per essere «donne apostole tra le donne». «Le donne - spiegava il porporato - devono essere i più efficaci missionari di questo popolo… malgrado lo zelo dei missionari, i loro sforzi non produrranno frutti sufficienti se non aiutati da donne apostoli…».

Oggi il Papa ha ricevuto in udienza i membri della famiglia religiosa nell’occasione del suo anniversario. «Nel corso degli ultimi tre anni, vi siete preparati a celebrare questo giubileo. Come membri della grande “famiglia Lavigerie” - ha detto loro Francesco - siete ritornati alle vostre radici, avete guardato alla vostra storia con riconoscenza, per mettervi in grado di vivere il vostro impegno presente con una rinnovata passione per il Vangelo ed essere seminatori di speranza».

Lavigerie, ha continuato il Pontefice, «aveva nel cuore la passione per il Vangelo e il desiderio di annunciarlo a tutti, facendosi “tutto a tutti”. Per questo motivo, le vostre radici sono segnate dalla missione ad extra: è nel vostro DNA. Così, sulle orme del Fondatore, la vostra prima preoccupazione, la vostra santa inquietudine, è “che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita” (Esort. ap. Evangelii gaudium, 49)». «Ma, alla luce del cammino fatto a partire dalla vostra fondazione, sapete che l’annuncio del Vangelo non è sinonimo di proselitismo; è quella dinamica che conduce a farsi prossimo degli altri per condividere il dono ricevuto, l’incontro d’amore che ha cambiato la vostra vita e vi ha portato a scegliere di consacrare la vita al Signore Gesù, Vangelo per la vita e la salvezza del mondo. È sempre per Lui, con Lui e in Lui che si vive la missione. Pertanto, vi incoraggio a tenere lo sguardo fisso su Gesù Cristo, per non scordare mai che il vero missionario è prima di tutto un discepolo».

Che «la celebrazione del vostro giubileo vi aiuti così a diventare dei “nomadi per il Vangelo”» è stato l'augurio di Bergoglio, «uomini e donne che non hanno paura di andare nei deserti di questo mondo e di cercare insieme i mezzi per accompagnare i fratelli fino all’oasi che è il Signore, perché l’acqua viva del suo amore spenga ogni loro sete».

Quindi da parte del Papa un ringraziamento particolare «per il lavoro che avete già compiuto in favore del dialogo con l’Islam, con le sorelle e i fratelli musulmani» e perché «con lo stile e la semplicità del vostro modo di vivere, voi manifestate anche la necessità di prendersi cura della nostra casa comune, la terra». Infine, «nella scia del cardinale Lavigerie, siete chiamati a seminare speranza, lottando contro tutte le odierne forme di schiavitù; facendovi prossimi dei piccoli e dei poveri, di quanti aspettano, nelle periferie delle nostre società, di essere riconosciuti nella loro dignità, di essere accolti, protetti, rialzati, accompagnati, promossi e integrati».

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