mercoledì 15 febbraio 2017
Papa Francesco ha incontrato 40 rappresentanti dei popoli indigeni, al termine del Terzo Forum a loro dedicato, e ha auspicato che i governi li valorizzino e favoriscano la loro partecipazione.
(foto Lepresse)

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Per spiegare l’importanza dell’incontro basta raccontare un gesto, il Papa che china il capo e si fa benedire da una giovane indigena. È stata molto più che un’udienza formale, quella ai partecipanti al terzo forum dei popoli nativi, convocato dal Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad).

Parlando, in spagnolo, alla piccola delegazione, una quarantina di persone in rappresentanza di una popolazione stimata in 370 milioni di unità, Francesco ha chiesto che i governi riconoscano «le comunità autoctone» come «una componente che va valorizzata e consultata e di cui va favorita la piena partecipazione, a livello locale e nazionale». Si tratta cioè di «conciliare il diritto allo sviluppo, compreso quello sociale e culturale, con la tutela delle caratteristiche proprie degli indigeni e dei loro territori». Uomini e donne cui è affidato il compito, proprio mentre «l’umanità sta peccando gravemente nel non prendersi cura della terra», di non permettere l’uso di quelle nuove tecnologie «che distruggono» la casa comune e «l’equilibrio ecologico», finendo «per distruggere la saggezza dei popoli». Non si tratta naturalmente di bocciare in quanto tali i più innovativi strumenti di sviluppo e progresso, in sé buoni e leciti, ma di fermarne l’abuso o l’utilizzo distorto, là dove si traducano in rifiuto di chi è poco produttivo, in cibo per far crescere la cosiddetta cultura dello scarto.

(foto Ansa)

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Una stortura che si manifesta in modo evidente quando si avviano «attività economiche che possono interferire con le culture indigene e la loro relazione ancestrale con la terra». Di qui il richiamo all’esigenza di tutelare «il diritto al consenso previo e informato», il solo modo per «assicurare una collaborazione pacifica tra autorità governative e popoli indigeni, superando contrapposizioni e conflitti». Tuttavia non basta. Parallelamente occorre elaborare – ha proseguito il Papa – «linee-guida e progetti che siano inclusivi dell’identità indigena, con una speciale attenzione per i giovani e le donne». Detto in altro modo, la considerazione non è sufficiente. Deve tradursi in «inclusione».
(foto Ansa)

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IL DISCORSO INTEGRALE DI PAPA FRANCESCO

Parole chiare, concetti importanti, affidati al forum dell’Ifad, organismo che festeggia i 40 anni di attività, ma che idealmente abbracciano le 30 popolazioni indigene presenti sul nostro pianeta, per un totale, come detto, di 370 milioni di persone distribuite in 90 Paesi tra Asia, Africa e America Latina. Numeri che la quantificano nel 5% della popolazione mondiale, ma depositaria di una fetta ben più pesante della povertà, stimata nel 15% del peso totale. Il riferimento immediato, naturalmente è all’enciclica Laudato si’ alla richiesta di un nuovo modello di «sviluppo sostenibile e integrale» che ne è uno degli elementi chiave, ma anche ai tanti altri interventi in cui il Papa ha sottolineato con forza la bellezza della cultura delle popolazioni indigene.

Basti pensare all’intenzione di preghiera affidata al consueto videomessaggio mensile, del luglio scorso. Una riflessione che mentre esortava a scoprirne la ricchezza e la grande forza antropologica, invitava a pregare «con tutto il cuore perché siano rispettati i popoli indigeni minacciati nell’identità e perfino nella loro stessa esistenza». Parole che attualizzano, per così dire, rinnovano il grido di dolore e l’invito alla conversione risuonati nell’omelia della Messa di Tuxtla Gutiérrez, nel Chiapas messicano, insieme alla denuncia della frequente «esclusione» e «incomprensione» sociale di questi popoli. Alcuni, denunciava Bergoglio, hanno considerato inferiori i loro valori, la loro cultura e le loro tradizioni. Altri, accecati dal desiderio di potere e ricchezza, li hanno spogliati delle loro terre e realizzato opere che le danneggiavano.

Non resta che chiedere «perdono» sottolineava il Papa rivolgendosi direttamente a queste popolazioni. «Il mondo di oggi spogliato dalla cultura dello scarto ha bisogno di voi. Perdono!». Una denuncia che va diritto al cuore, che interpella la coscienza, che chiede un cambio di mentalità e di prospettiva, rimettendo al centro l’uomo e non più, solo, il profitto. Nella consapevolezza che le comunità autoctone garantiscono «una cura speciale per la madre terra». E che, come recita la Laudato si’ «uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso».

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