martedì 31 marzo 2009
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«Nel nome di Dio, liberateli». Ci voleva un accorato ap­pello di Benedetto XVI per accende­re i riflettori sul drammatico ultima­tum che riguarda tre operatori u­manitari sequestrati nelle Filippine, tra cui l’italiano Eugenio Vagni. I coo­peranti della Croce Rossa sono nel­le mani di un gruppo estremistico separatista dal 15 gennaio, quando furono catturati sull’isola meridio­nale di Jolo, in cui spadroneggia il gruppo terroristico islamico Abu Sayyaf. Entro stamattina l’esercito di Mani­la dovrebbe ritirarsi totalmente, al­trimenti uno degli ostaggi sarà de­capitato, è il macabro messaggio re­capitato ieri alle autorità. Una ri­chiesta di difficile esecuzione logi­stica, anche se il governo accettasse le condizioni poste dai guerriglieri. Sono passati oltre due mesi dal gior­no in cui Vagni, esperto di approvvi­gionamenti idrici, con i suoi colle­ghi – lo svizzero Andreas Notter, e la filippina Mary Jean Lacaba –, fu vit­tima di un’imboscata dopo essersi recato in una prigione per cercare di migliorare le condizioni dei detenu­ti. La sua unica colpa, e il richiamo per i rapitori, è quella di essere occi­dentale, quindi preziosa merce di scambio. Merce paradossalmente ri­velatasi meno appetibile – non sem­bri cinismo, è una constatazione – proprio perché, almeno in Italia, al­la sorte di Vagni non ci si è appas­sionati molto. Per il tecnico di Montevarchi, 62 an­ni, moglie filippina e una figlia pic­cola, iniziative di solidarietà a livel­lo locale, nella provincia di Arezzo, ma scarsa mobilitazione nazionale. Un po’ come accadde per Giancarlo Bossi, il missionario del Pime rapito sempre nel Sud delle Filippine due anni or sono, la cui vicenda si con­cluse felicemente con la liberazione, senza che però il nostro Paese gli ri­servasse quell’attenzione e quella so­lidarietà che hanno invece accom­pagnato altri ostaggi in diversi sce­nari bellici. Il ministero degli Esteri, come in pas­sato, sta seguendo da vicino la trat­tativa e agisce comprensibilmente senza clamore. Ma il caso degli ope­ratori della Croce Rossa è emblema­tico di una situazione che merite­rebbe ben maggiore attenzione, non solo per l’immediato pericolo di vita dei tre (uno dei quali connazionale). La parte meridionale dell’arcipelago asiatico è da anni nella morsa del fon­damentalismo, in alcune sue frange legato ad al-Qaeda e determinato a instaurare uno Stato islamico nella regione. Una nuova entità creata con la violenza e fondata sull’intolleran­za. Tra gli obiettivi principali di Abu Sayyaf, vi è la presenza cattolica mi­noritaria eppure consistente di quel­le isole, oltre a scuole e luoghi pub­blici; i loro mezzi di lotta e finanzia­mento sono le estorsioni. Lo stesso dietrofront delle forze ar­mate intimato dai terroristi rischie­rebbe di mettere a rischio molte al­tre persone, lasciate a quel punto senza una difesa. Il messaggio del Papa, «affinché il senso umanitario e la ragione abbiano il sopravvento sull’intimidazione», vuole rilancia­re anche l’istanza di pacificazione per tutte le popolazioni coinvolte. Si può sperare che l’ultimatum, co­me altri precedenti, non venga se­guito dalla 'sentenza' annunciata. Ma se pure si guadagnasse tempo, la trepidazione per gli ostaggi in con­dizioni sempre più precarie non ver­rebbe certo meno. Un 'ambasciato­re' della solidarietà come Eugenio Vagni è un silenzioso testimonial dell’Italia all’estero che merita, in­sieme con la sua famiglia e i suoi compagni di sventura, le nostre pre­ghiere e la nostra vicinanza.
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