martedì 26 maggio 2009
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Ancora tre morti bianche e altrettante famiglie in lacrime, questa volta in Sardegna, regione che come poche ha fame di lavoro, sviluppo e crescita per uscire da una condizione di abbandono che non sarà la proliferazione di orribili villaggi turistici nei luoghi più ameni e di villone pacchiane di nuovi ricchi a superare. Ancora tre morti, figli di un’isola che coltivava speranze di riscatto nelle industrie venute da fuori come le fabbriche chimiche dell’interno diventate cattedrali nel deserto, che ha fatto affidamento sui poli minerari e metallurgici rivelatisi un bluff e che ora guarda come ad un’ancora di salvezza agli impianti petroliferi della costa.In una raffineria di Sarroch, litorale sud a pochi chilometri da Cagliari, ieri si è consumata la nuova tragedia con un bilancio pesantissimo che fa lievitare le statistiche dei morti da lavoro, oltre mille all’anno, e poco senso ha dibattere se nel numero debbano o no essere compresi i cosiddetti morti in itinere che perdono la vita nel viaggio di andata o di rientro dalla fabbrica. Fuorviante poi puntare il dito sulla presunta carenza di norme sulla sicurezza nei cantieri o nei capannoni: le leggi ci sono, ridondanti, complesse e talvolta contraddittorie da risultare di non semplice applicazione anche agli occhi di chi deve verificarne il rispetto.Qualche considerazione merita piuttosto il fatto che le tre vittime di Sarroch uccise da una intossicazione mentre erano intente alla pulizia di un serbatoio non appartenevano all’organico della raffineria in quanto dipendenti di ditta appaltatrice. Spesso, troppo spesso, le morti bianche coinvolgono gli esterni, lavoratori di imprese che oggi operano qua, domani là. Si va dove c’è lavoro, è chiaro, e siano benedette queste commesse perchè con i tempi che corrono nessuna occasione deve essere perduta. Ma le trasferte ripetute, il saltare da un impianto di un certo tipo ad un altro con caratteristiche tecnologiche e produttive completamente diverse non facilita la formazione di una mentalità operativa specifica, non sempre agevola la crescita di una cultura della sicurezza che deve costituire il patrimonio più prezioso di ogni lavoratore, eredità ricevuta da chi è più anziano di te, ha fatto più pratica, è in possesso di solida esperienza. Cosa sia accaduto esattamente nella raffineria di Sarroch lo appureranno le indagini di rito. La riflessione non può che assumere connotazioni di carattere generale per ribadire l’urgenza che si affermi una mentalità diffusa e condivisa ad ogni livello (dipendente, imprenditore, sindacato, organo di controllo) che porti a legare inscindibilmente il lavoro e la tutela della vita, intesi come due facce della medesima medaglia.Lavoro e vita sono beni primari, assoluti, insopprimibili. La vita si realizza mediante il lavoro, senza il quale all’uomo e alla sua famiglia non è concesso condurre una esistenza dignitosa. Nello sfiancante dibattito sulla sicurezza che attraversa il Paese e coinvolge tutte le forze politiche sarebbe il caso che venissero comprese le tematiche peculiari della sicurezza sul lavoro intesa come prassi da consolidare e cultura da radicare, con l’obiettivo di porre un freno ad uno stillicidio di sciagure che non ci fa onore in Europa. E’ questione tanto di civiltà giuridica in una Repubblica fondata sul lavoro, quanto - non sembri argomentazione prosaica - di stretta ed utilitaristica convenienza: l’economia ha tutto da guadagnare da un sistema produttivo al cui interno si opera senza rischiare quotidianamente la salute o la pelle.
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