Paure e necessità di un grande campione. E di tanti altri. Totti vuol essere eterno (Ciò che sopravvive)


di Ferdinando Camon mercoledì 24 febbraio 2016
Paure e necessità di un grande campione. E di tanti altri Sono d’accordo con chi ha detto (pochi, per la verità), che il caso Totti ci riguarda tutti (tifosi o no, atleti o no, artisti o no, lavoratori del muscolo o del cervello), perché siamo uomini e la paura di Totti (smettere di fare il calciatore) è la paura dell’uomo: paura della perdita, dell’abbandono, che (saltando tutti i passaggi intermedi) è paura della fine, cioè della morte. Totti ha sbagliato, non si litiga con l’allenatore, se ti mette fuori squadra per una partita o due. E non si fa appello al pubblico, per schierare contro l’allenatore la massa dei tifosi, che sono la vera ricchezza di ogni squadra. Così facendo, un giocatore, e proprio nel momento in cui sta per diventare un ex, scatena nell’ambiente della sua quadra una guerra civile. E questo non si fa. Purtroppo è difficile, oggi più di ieri, 'uscire di scena'. Uscire di scena è diverso da smettere di lavorare. Smette di lavorare l’operaio, l’impiegato, il dirigente. Esce di scena l’attore, il cantante, lo scrittore. E il calciatore. L’operaio può andare in pensione senza traumi, addirittura desiderandolo, l’impiegato pure, il dirigente anche, ma non l’artista, l’attore, il giornalista, il presentatore tv… non 'la star', il personaggio su cui si concentra la passione del pubblico, il personaggio che vive di quella passione, e senza quella passione si sente morto. Totti non è un calciatore qualunque, è l’icona di una squadra. Sa che chi guarda la Roma guarda lui. Sa che i tifosi che lo ammirano vorrebbero essere come lui, avere quelle gambe, quelle ginocchia, quei colpi di prima, quelle visioni del gioco, quei lampi.  Quando gioca, sotto gli occhi di milioni di tifosi in diretta e in tv, con lui e in lui giocano tutti, bambini e adulti: lui è un 'corpo collettivo'. L’attore sperimenta la stessa emozione, in teatro o al cinema. Anche lo scrittore. Il calciatore che si vede trasmesso in diretta o registrato per le differite, è come lo scrittore che si vede nelle antologie o nelle traduzioni. Vive in questo e per questo. Scrive per questo. Non scrive per denaro: lo scrittore che scrive per denaro, non finisce nelle antologie e nelle traduzioni, ma muore subito. Ora, può succedere che il calciatore che gioca divinamente a un certo punto non giochi divinamente? Sì, come no, anzi è inevitabile. E allora l’allenatore che fa? Lo lascia fuori squadra. Ne ha diritto? Di più: ne ha il dovere. Ergo, tra l’allenatore della Roma che lascia fuori squadra Totti e Totti che si ribella, si deve stare con l’allenatore. Lo devono fare specialmente i tifosi della Roma, se amano la Roma. Ma Totti è il simbolo della squadra, è il capitano, nella Roma lui non trova il lavoro, trova l’identità. Un Totti senza Roma è un Totti senza identità. È come un attore senza teatro o senza cinema o senza tv, o uno scrittore senza editore. Un attore (anzi, un’attrice) senza offerte di recitazione può impazzire, come racconta Il viale del tramonto di Billy Wilder. Perché si sente morire. E non vuole morire. Queste sono storie di chi rifiuta la fine. Sono bisogni di salvezza. Perciò umani, ci rappresentano tutti. La fine di ciò che amiamo, come ogni perdita, ci angoscia, perché è un frammento della perdita del tutto, della vita. Totti lancia un estremo appello e aspetta una frase, una decisione, che lo faccia giocare ancora, possibilmente per sempre. È un errore. Giocando ancora, non toccherà mai più le vette che ha raggiunto in passato, e abbasserà il livello medio della sua carriera. Magari Moravia non avesse scritto i suoi ultimi libri… Magari lo avesse fatto anche Pasolini. È bello che Totti si senta la Roma, ma non è saggio che la sua identità si esaurisca lì. È bello che uno si senta ministro, presidente, generale, ma non è saggio che non si senta nient’altro, e che quando muore il ministro si senta morto anche lui. Ognuno di noi è quello che vediamo, più tutto quello che non vediamo. È quest’ultimo che sopravvive.
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