martedì 12 marzo 2013
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Ci sono due livelli di lettura della decisione con cui il ministero degli Esteri ha stabilito che i fucilieri Latorre e Girone non torneranno in India (eventualità da Avvenire già prefigurata, ma non auspicata, in occasione della prima licenza). La motivazione ufficiale e giuridicamente non del tutto infondata è la mancata risposta di New Delhi alla nostra richiesta di attivare forme di cooperazione dopo l’ultima decisione della Corte suprema, che si configura come una controversia sui princìpi generali di diritto internazionale. Una certa buona volontà indiana era peraltro manifestata dal permesso di rientro per le elezioni. E le rassicurazioni sul rispetto dei patti da parte di Roma erano state esplicite. Sotto questo livello, in cui l’Italia fa valere i propri diritti con una prova di forza che rischia di indebolire a breve le relazioni con New Delhi, c’è l’ipotesi di una mossa concordata in modo tacito, per sbloccare un’impasse altrimenti aggrovigliata e soggetta agli umori delle rispettive opinioni pubbliche. C’è da sperare che il sigillo di un organismo internazionale sopisca le tensioni e permetta di comporre la vicenda in termini onorevoli. Rendendo giustizia a tutti. E soprattutto ai due pescatori uccisi e alle loro famiglie, vittime innocenti della legittima guerra ai pirati.
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