giovedì 29 agosto 2013
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Quest’anno, dunque, non pagheremo l’Imu sul­la prima casa. Niente prima rata di giugno e neppure il saldo a dicembre. Dopo mesi di di­scussione, la 'strana maggioranza' ha trovato l’intesa per introdurre dal 2014 la nuova service tax 'Taser' e il governo è riuscito a individuare le coperture ne­cessarie per il 2013. Tutto bene quel che finisce be­ne, allora? Ad ascoltare i contenuti del provvedimento varato ie­ri, con le voci di intervento sul piano casa per i gio­vani, i crediti verso le imprese, il rifinanziamento del­la cassa integrazione, il salvataggio di altri esodati e perfino le promesse di un alleggerimento della tas­sazione sugli immobili degli enti non profit, si resta quasi spiazzati.
Difficile credere alle proprie orec­chie quando il ministro dell’Economia parla di una manovra che muoverà complessivamente 7 miliar­di di euro in due anni e che, escluso un inasprimen­to dell’imposizione sulle scommesse, prevede solo tagli di spesa e riduzione di imposte. E tutto questo rispettando l’impegno con l’Unione Europea di re­stare sotto il 3% nel rapporto deficit/Pil. Garanten­do pure ai Comuni le entrate previste per il 2013 e, in futuro, uno strumento certo e flessibile di finan­ziamento. Altro che quadratura del cerchio! Poi ecco – fra le dichiarazioni di soddisfazione e i proclami di «missione compiuta» che subito viag­giano via Twitter – emergere qua e là dalle dichiara­zioni dei ministri quei «particolari ancora da defini­re », i «testi da scrivere», le «cifre da precisare». In­somma, qualche margine di dubbio sul fatto di vi­vere nel migliore dei sistemi possibili si può ancora legittimamente nutrire, senza per questo essere di­sfattisti.
Prendiamo per buona, ovviamente, l’assi­curazione del premier che la nuova 'Taser' non sarà «un’Imu mascherata» e che non porterà un aggravio nei bilanci familiari. Ma ci perdonerà se, come San Tommaso, vogliamo prima toccare con mano i nuo­vi meccanismi di calcolo. E così verificare un po’ tut­te le voci, perché le scelte compiute siano coerenti con l’obiettivo prioritario: servire il bene comune, che oggi significa soprattutto far crescere il lavoro e sostenere i più deboli.
Sul piano politico, invece, l’esito del Consiglio dei ministri non può che definirsi un capolavoro di e­quilibrio, un compromesso intelligente che permet­te a tutti di dirsi vincitori. Il Popolo della libertà in­cassa lo stop al pagamento dell’imposta sulla prima abitazione. Non è ancora la restituzione di quanto versato lo scorso anno, come promesso in campa­gna elettorale, ma l’aver cancellato il nome dell’a­borrita tassa, dopo 3 mesi di governo 'in condomi­nio' con l’antico nemico, per il Pdl è assai più di un punto a favore.
Sull’altro fronte, pure il Partito de­mocratico può ritenersi comunque soddisfatto. Por­ta a casa (in tutti i sensi) la riformulazione dell’im­posizione sugli immobili sul modello di service tax , con elementi di maggiore progressività. E può van­tare di non aver ceduto agli ultimatum del Pdl, 'pre­servando' risorse per la cassa integrazione e gli eso­dati. Soprattutto riesce a non offrire alcun pretesto ai malumori del Cavaliere e, più ancora, dei 'falchi' che lo attorniano e insistono per staccare la spina al governo. Anzi, ieri sera era tutto un parlare di «coesione», di «gioco di squadra», un darsi pacche sulle spalle e «abbiamo vinto insieme», come nel­lo spogliatoio di un club di calcio che ha superato i preliminari di Champions dopo aver litigato per settimane su chi dovesse giocare e su quale strate­gia mettere in campo.
Con il premier Enrico Letta che addirittura sente di poter dire: «Il governo non ha più scadenze» e Berlusconi che lo loda per aver «rispettato i patti». E allora delle due l’una: o fra qualche giorno scopri­remo le 'magagne' del grande accordo, i suoi truc­chi ed errori, e allora finiremo di stropicciarci gli oc­chi, tornando a contare i giorni che mancano alla prossima crisi. Oppure, avremo la conferma che «si può fare»: realmente questa maggioranza-Franken­stein obbligata si dimostra in grado di abbassare le imposte, rilanciare la crescita e farci avanzare – pur lentamente e tortuosamente – verso una migliore coesione sociale. Persino – udite udite – fare riforme essenziali eppure sempre rinviate. Ma, se così fosse, sarebbe ancora più ingiustificabile, ancora più inac­cettabile per tutti, interromperne l’azione. E la 'con­danna' del Paese sarebbe la più pesante di tutte.
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