venerdì 22 marzo 2013
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​«Staranno in ambasciata. Potranno anche andare al ristorante, se vorranno». C’è della sciagurata e involontaria ironia nelle parole del sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura, che ha cercato di spiegare e giustificare (mettendoci la faccia al posto di altri) la decisione di rimandare in India i fucilieri Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. La "riconsegna" dei marò, oggi, assume infatti le proporzioni di una Caporetto diplomatica difficile da sottovalutare. E questo significa che qualcuno ha sbagliato, e molto. Se il principio del rispetto della parola data è quello che ispira la nostra condotta internazionale – e noi pensiamo che debba essere così –, ci si doveva astenere dall’annunciare che i nostri militari non avrebbero fatto ritorno agli arresti in terra indiana, in violazione degli accordi che imponevano il rientro entro il 22 marzo. Se invece la scelta di riconsegnare i marò (gettando di nuovo, dopo una gioia inattesa, le loro famiglie nell’angoscia ) è legata a una trattativa e alle prospettive di avere per loro un trattamento migliore senza con ciò incrinare i rapporti con un gigante economico, si può solo sperare che il dietrofront sia il frutto di un accordo grazie al quale New Delhi ottiene una vittoria d’immagine e l’Italia guadagna una rapida e definitiva "restituzione" legale dei due marò. Altrimenti, a questo secondo choc farà seguito un serio colpo all’immagine del nostro Paese e gravi sofferenze inflitte ai nostri militari e ai loro cari. Non si chiede impunità – il pensiero va sempre ai pescatori uccisi – ma il rispetto del diritto internazionale e un minimo di patrio decoro. Solo se si torna al diritto il pesante prezzo di questo balletto non sarà insopportabile.
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