martedì 28 febbraio 2017

Papa Francesco, con ogni probabilità, tornerà presto in Africa. Lo ha dichiarato egli stesso, domenica scorsa, precisando che desidera svolgere una missione nel martoriato Sudan Meridionale, che però è ancora allo studio dei suoi più stretti collaboratori. Inoltre, già lo scorso 10 febbraio i presuli della Chiesa patriarcale di Alessandria dei Copti, in visita ad Limina Apostolorum, avevano rivolto al Pontefice l’invito formale a recarsi in Egitto, dove, in questi giorni, centinaia di cristiani sono in fuga dal Sinai a seguito dell’uccisione di sette cristiani per mano degli estremisti islamici. Un’ipotesi allo studio, anche questa di un viaggio in Egitto, con Francesco che farà il possibile per essere vicino a chiunque sia ostaggio di ingiustizie e sopraffazioni. Lo stesso spirito – carico di molti significati – che anima il suo progetto di recarsi in Sud Sudan. Anzitutto è un’iniziativa perfettamente in linea con il magistero papale, essenzialmente decentrato, in periferia, dalla parte dei poveri. Peraltro, il Sud Sudan è il più giovane Paese africano, nato a seguito della consultazione referendaria del gennaio 2011. Eppure, nonostante l’euforia che ha segnato l’indipendenza dal regime di Khartoum, il Sudan Meridionale è precipitato nell’anarchia.

Le divisioni interne, dal dicembre del 2013, hanno causato morte e distruzione, pregiudicando ogni reale possibilità di sviluppo. A pagare il prezzo più alto è la stremata popolazione civile, come peraltro è avvenuto in altri scenari bellici africani: dalla Repubblica Centrafricana (visitata da papa Bergoglio nel novembre del 2015) alla Repubblica Democratica del Congo, per non parlare della Somalia. Da rilevare, come ha spiegato ai giornalisti lo stesso Francesco, visitando la comunità anglicana di Roma, che ben tre vescovi – un anglicano, un presbiteriano e uno cattolico – lo hanno invitato a recarsi nel Paese africano con l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby. A riprova del fatto che la comunione, prim’ancora che essere ricercata nel confronto teologicodottrinale, esige un impegno condiviso a servizio dei poveri. D’altronde, già lo scorso anno, Francesco aveva trascorso col patriarca Bartolomeo una giornata nel campo profughi di Moria, nell’isola di Lesbo, uno dei punti di approdo per migliaia di rifugiati. Ebbene, qualora la visita in Sud Sudan si verificasse, essa testimonierebbe ancora una volta quell’ecumenismo dei gesti che precedono le parole, rendendo intelligibile il messaggio evangelico. La posta in gioco è alta, non foss’altro perché riguarda l’affermazione di un processo di riconciliazione nazionale che finora, nonostante le promesse, non ha trovato un riscontro nell’effettiva volontà politica dei contendenti sudsudanesi. Potremmo allora dire, alla luce di quanto papa Francesco ha realizzato nel 2015 in Centrafrica, che, in fondo, non stiamo parlando di una mission impossible.

Sebbene il contesto del Sudan Meridionale sia diverso da quello che il pontefice incontrò a Bangui – dove aveva aperto, con una settimana d’anticipo sul calendario, il Giubileo straordinario della Misericordia e le formazioni ribelli si erano impegnate a rispettare una tregua – non è da escludere che i 'signori della guerra' sudsudanesi si impegnino, qualora fossero interpellati, a fare il possibile perché la visita papale avvenga. A questo proposito è bene rammentare che già negli anni 90, proprio nel Sud Sudan il dialogo ecumenico si manifestò concretamente nella nascita del New Sudan Council of Churches. Questo organismo, allora – durante la guerra civile tra il Nord e il Sud Sudan – operò alacremente, grazie anche all’impegno dell’episcopato cattolico, nell’affermare i valori della pace e della giustizia. Una missione che oggi prosegue con l’impegno del South Sudan Council of Churches e che papa Francesco, unitamente al primate anglicano, potrebbe confermare nuovamente con la presenza. D’altronde, «ex Africa semper aliquid novi » (dall’Africa, viene sempre qualcosa di nuovo) diceva Plinio il Vecchio.

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