Quella raffinata fine della speranza
venerdì 24 febbraio 2017

Il ritorno dell’Art Decò e la borghesia d’oggi C’è un legame una mostra d’arte e qualcosa che abita nella nostra società? Poche volte le mostre d’arte sollecitano una riflessione che esca dall’ambito della valutazione storico artistica, (e molte volte nemmeno quello riducendosi a forme di intrattenimento). Poche volte rappresentano un segno per interpretare la società in cui viviamo. Di recente, in modi diversi, è accaduto per la mostra “Love” a Roma, e ora sta avvenendo per la mostra “Art Decò, gli anni ruggenti” aperta a Forlì, una delle capitali culturali reali d’Italia.

Alla esposizione ha già dedicato un ficcante articolo Maurizio Cecchetti su queste pagine. La grande mostra è dedicata a opere e artisti che tra le due Guerre Mondiali diedero vita a raffinatissime esecuzioni pittoriche, piene di influssi esotici, a sculture, ad arredi e architetture e persino a delicatissimi oggetti. Una bellezza che nasceva per esprimere una voglia di vivere e una repulsione dalle cose tristi e gravi della vita, quelle che la Prima Guerra mondiale aveva presentato in tutto il loro terribile scempio.

Una bellezza del “superfluo” come rivendicava una fine intellettuale del tempo, Margherita Sarfatti. Dove il concetto di “superfluo” indica ciò che non è utile ad altri fini se non per la pura contemplazione di una eleganza formale. Oggi l’Art Decò va molto di moda, le sue infinite reinterpretazioni si notano in arredi, oggettistica e anche nel cinema. E soprattutto la società sembra vivere la stessa ansia di piacevolezza, la stessa ricerca di gingilli superflui, ma carini (si pensi al successo di catene di negozi che vendono oggettistica solo curiosa o paradossale, o ai miliardi di pelouches che troviamo esposti ovunque). Evidentemente in questi anni di crisi e di guerra, a causa della serie infinita di cose brutte e terribili che ci arrivano per esperienza diretta e attraverso le molteplici forme di condivisione, si è rafforzato un desiderio di momenti di bellezza, di tenerezza, di levità.

Un certa “pesantezza” e rigidità del vivere personale e sociale – altra faccia della medaglia della società liquida – cerca sfogo e consolazione in preziosismi e raffinatezze che attraversano tutti i campi, persino nel cibo. C’è in questo desiderio qualcosa di interessante, da un lato, perché la vita cerca sempre la bellezza. Ma nella espressione di questo desiderio di bellezza, sotto i luccichii prevale qualcosa di ambiguo e persino di tetro a cui la stessa mostra accenna nel finale e che non tutti riescono o vogliono percepire. Del resto, è dello spirito tragico la ricerca di consolazioni nel prezioso e nel fatuo, come insegna la vicenda di D’Annunzio.

Un desiderio, dunque, ma anche una specie di fine della speranza, una sorta di rassegnazione a salvarsi dalla tragedia e dalla malora ritirandosi nei territori sicuri di una certa agiatezza e di una vita “impreziosita” da usi e oggetti raffinati. Nella borghesia degli anni 20 del Novecento protagonista di quella stagione, vediamo i tratti di una buona parte di quel che oggi non si usa più chiamare borghesia ma è il ceto medioalto della nostra società. Quel ceto che magari vota in modo differente, e su molte cose la pensa in modo vario, ma vive allo stesso modo. Tra gingilli, manufatti raffinati chiamati arte e pelouches. E con usi che non intendono lasciarsi mettere in discussione da un’epoca piena di richiesta di aiuto e di dolore.

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