venerdì 15 aprile 2016
Se sia vero o no che per l’elevato numero dei medici obiettori il «servizio di aborto» in Italia non sia adeguatamente garantito e che il nostro Paese meriti quindi di essere "bacchettato"  dal Consiglio d’Europa di Strasburgo...  (Francesco D’Agostino)
Obiezione, il senso di un diritto fondamentale
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Se sia vero o no che per l’elevato numero dei medici obiettori il «servizio di aborto» in Italia non sia adeguatamente garantito e che il nostro Paese meriti quindi di essere "bacchettato" – come qualcuno ha scritto – dal Consiglio d’Europa di Strasburgo è questione non solo fattuale, come sembra ritenere il nostro ministero della Salute (che sostiene che il Consiglio si è pronunciato a partire da una raccolta non recente di dati, attualmente superati), ma primariamente etica, anzi etico-sociale. L’obiezione di coscienza all’aborto (come peraltro quella al servizio militare e in generale ogni altra forma di obiezione e di disubbidienza civile) hanno indubbiamente una giustificazione a livello di etica personale, ma per gli obiettori hanno (o dovrebbero avere) una valenza ulteriore, a livello di etica pubblica.Se sono un pacifista e per coerenza rifiuto di indossare divise militari e di farmi istruire nell’uso delle armi, se sono un animalista e per coerenza rifiuto di sperimentare sugli animali farmaci potenzialmente dolorosi e mortali, se credo – appunto – che quella prenatale sia autentica vita umana e non possa essere uccisa da pratiche abortive, ma vada sempre e comunque salvaguardata, non posso non auspicare che le mie scelte etiche individuali possiedano anche e soprattutto un valore pubblico. Con il suo portato di testimonianza l’obiezione è chiamata a suscitare processi di imitazione da parte di altre persone, che, al limite, potrebbero sfociare nel superamento universale di pratiche che l’obiettore ritiene che debbano essere assolutamente riconosciute da tutti come inaccettabili: la guerra, per gli obiettori al servizio militare, la violenza sugli animali non umani, per gli obiettori alla sperimentazione sugli animali, l’uccisione della vita per gli obiettori all’aborto.Si obietterà: ma l’aborto è comunque un «servizio» esigibile, nei limiti stabiliti dalla legge, e lo Stato ha il dovere di garantirne la praticabilità. Non c’è dubbio; ma nel momento stesso in cui la legge dello Stato riconosce l’obiezione di coscienza a tutto il personale medico e sanitario che dovrebbe prestare la sua assistenza all’aborto volontario riconosce implicitamente che la legge che legalizza l’aborto non possiede un fondamento etico-sociale assoluto, ma relativo, come dimostra il fatto che ove tutti i medici divenissero obiettori la pratica dell’aborto volontario medicalizzato si rivelerebbe impraticabile. E proprio qui è da vedere non solo l’eticità dell’obiezione di coscienza, ma il suo carattere di sfida sul piano dell’etica pubblica, di denuncia dell’immoralità delle pratiche cui l’obiettore decide di sottrarsi, del tentativo di orientare diversamente la legislazione del Paese. L’altissimo numero dei medici obiettori all’aborto in Italia possiede, sotto questo profilo, una valenza rivelativa.La conclusione di questo discorso può essere molto rapida: non stiamo a discutere sul pronunciamento del Consiglio d’Europa in una prospettiva strettamente legale (anche se si tratta ovviamente di una prospettiva più che ragionevole): cerchiamo di alzare il tono del dibattito e di mostrare che il vero obiettivo di un obiettore non è quello di ottenere un’esenzione personale da un obbligo legale, ma quello di dare una testimonianza fondamentale a favore della vita. La posta in gioco non è quella del diritto dei medici a obiettare o delle donne ad abortire, ma è quella di non banalizzare l’aborto stesso, riducendolo a un intervento sanitario come un altro. Non è così: la legalizzazione dell’aborto è la più grande lacerazione etico-sociale del nostro tempo, inferiore soltanto, probabilmente, ai genocidi novecenteschi: gli obiettori di coscienza ci aiutano a non dimenticarlo.
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