venerdì 8 novembre 2013
COMMENTA E CONDIVIDI
Vittime o parte di un sistema criminale? Il mondo agricolo oscilla in queste settimane tra questi due estremi. L’ultimo episodio ieri col sequestro dei beni per 325 milioni di euro agli imprenditori Oliveri, quasi monopolisti dell’olio nella Piana di Gioia Tauro. Secondo la Direzione investigativa antimafia un impero di uliveti e di carte fasulle, di truffe e di altri «traffici illeciti».
Olio di bassa qualità ma «molto appetito dai grandi imbottigliatori italiani e spagnoli», ci spiegava ieri un bravo e onesto produttore di olio calabrese. Lui sì vittima di un sistema che, almeno in certe aree, sembra premiare chi – sono sempre parole della Dia – «costruisce realtà aziendali» senza «il rispetto della legalità». Vittime, certamente, come i tanti agricoltori che nella 'terra dei fuochi' hanno subito e subiscono gli avvelenamenti dei loro prodotti. Quelli reali, frutto degli sversamenti di rifiuti delle ecomafie, ma anche quelli mediatici che ormai descrivono solo negativamente tutto quello che viene dalla Campania. Ma... non ci sono solo le vittime. All’inizio della nostra inchiesta sulla 'terra dei fuochi', a luglio 2012, il presidente di Coldiretti Caserta, Tommaso De Simone, ci disse che «il coltivatore che si trova in campagna e vede scaricare rifiuti o bruciarli, deve denunciare». Già, perché nel passato, purtroppo, in molti non hanno voluto vedere. E in parte continuano a non voler vedere. Né gli incendiari né i truffatori, in Campania come in Calabria.
Così gli uni e gli altri hanno potuto ingrassare. E con loro anche qualche complice del mondo agricolo. Per paura di ritorsioni, certo, ma anche per pochi o non pochi soldi. Il colonnello Antonio Menga, comandante provinciale dei carabinieri a Frosinone, per molti anni alla guida del gruppo operativo del Noe, ci ricordava ieri alcune inchieste nelle quali i suoi uomini avevano scoperto e denunciato agricoltori che avevano accettato di far riversare sui loro terreni fanghi e rifiuti più o meno camuffati da compost. Ignoranza? Probabile. Per soldi? È stato provato. E i soldi, i maledetti soldi che tutto sporcano, sono alla base dei silenzi che hanno protetto per troppi anni gli imprenditori Oliveri. «Quando hai i soldi sei il salvatore della patria, e chi si muove contro di te?», è l’analisi del bravo produttore di olio calabrese. Così in un mercato senza qualità, che punta solo sulla quantità (spesso sulla carta...), che vive di piccolissime aziende slegate tra loro, di contributi, sfruttamento e lavoro nero (basti ricordare i fatti di Rosarno...), e sotto la cappa della ’ndrangheta, comanda chi ha i soldi. E non solo per l’olio o per le clementine della Piana di Gioia Tauro.
Il recente dossier di Coldiretti sulle Agromafie denuncia come proprio la presenza e gli affari dei clan distorcono il mercato, fanno lievitare i prezzi e abbassare la qualità dei prodotti, a discapito degli agricoltori e dei consumatori. Tutto vero. Ma non è solo mafia e non è meno vero che in tanti in questo sistema convivono. Lo è per il comparto industriale, come confermato dai 47 arresti due giorni fa a Reggio Calabria tra imprenditori dell’edilizia collusi con i clan. Lo è per quello agricolo come ha confermato il megasequestro di ieri.
Troppi silenzi, troppe complicità. Per le quali i primi a pagare sono proprio quegli imprenditori – e non sono pochi – che puntano su mercato, qualità e legalità, ma che spesso proprio per questo pagano con l’isolamento e devono portare i propri prodotti all’estero. Eppure è solo questa la strada per un settore che soprattutto oggi potrebbe produrre ricchezza e posti di lavoro. Lo dimostrano le tante cooperative di giovani che coltivano con successo i beni confiscati alle mafie. Servono, dunque, segnali forti. Fuori inquinatori e truffatori, collusi e complici. Non solo chi paga il pizzo ma anche chi sceglie l’illegalità. Ma prima che arrivi la magistratura. Per avere davvero un’agricoltura pulita bisogna cominciare a fare pulizia.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: