sabato 6 agosto 2016
​Con la squadra rossonera se ne va un pezzo di storia di un'Italia che si impoverisce. Un problema che riguarda però anche l'Europa di Pietro Saccò
Il Milan venduto per 740 milioni ai cinesi
Non solo calcio, l'ora dei patròn esotici
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Inutile girarci attorno: il Milan venduto ai cinesi è un pezzo della storia più generale di un’Italia che si impoverisce. Sul piano economico la faccenda è abbastanza semplice. Fino a qualche anno fa il nostro Paese aveva un buon numero di imprenditori abbastanza ricchi da potersi permettere di perdere ogni anno un po’ di miliardi di lire (e milioni di euro, dal 2002) per il gusto, la vanità e la passione di "avere" una squadra di calcio capace di giocarsela, spesso vincendo, con i più importanti club europei. Erano i tempi delle “sette sorelle”, squadre italiane ai vertici del calcio europeo. È finita un po’ alla volta. Prima sono saltati per aria quei patròn che forse anche a causa dell’ebrezza che sa dare l’hobby del pallone si erano lanciati in avventure folli e magari truffaldine: è successo a Calisto Tanzi con il Parma, a Sergio Cragnotti con la Lazio, a Mario Cecchi Gori con la Fiorentina... Poi si sono arresi quelli che si sono resti conto di non avere più portafogli abbastanza larghi per giocare certe partite: così i Sensi hanno venduto la Roma, Massimo Moratti l’Inter e — più faticosamente — adesso Silvio Berlusconi saluta il Milan. Resta la Juventus degli Agnelli, superstite di quegli anni d’oro: unica italiana ancora competitiva in Europa e gestita dai padroni di sempre (anche se nel frattempo la loro finanziaria, la Exor, è diventata olandese). Non abbiamo più imprenditori abbastanza ricchi - De Laurentiis a parte, ma (come dimostra il caso Higuain) con un occhio più che attento al portafoglio - da stare nel calcio che conta. Ed è quasi consolante constatare che nel Vecchio Continente non ce li ha quasi nessuno. I grandi club europei oggi sono o splendide aziende indipendenti, come il Bayern Monaco e il Real Madrid e il Barcellona, o i “balocchi” di sceicchi arabi, oligarchi russi, tycoon asiatici. Come il Manchester City, il Chelsea, il Paris Saint Germain e tante altre squadre. Anche il “piccolo” Leicester che ha emozionato il mondo vincendo il campionato inglese è controllato da un miliardario thailandese, l’impronunciabile Vichai Srivaddhanaprabha. Non è chiaro perché emiri e miliardari di paesi esotici si siano tanto appassionati al calcio europeo. Alcuni cercano popolarità, altri vogliono passare dal grande mondo dell’entertainment per rafforzare “politicamente” altre attività nel continente, altri, banalmente, si divertono e possono permetterselo. Finché si vince i tifosi sono contenti e, per la gloria sportiva, sono tutti pronti a chiudere un occhio sul pedigree di chi mette i soldi perché il baraccone vada avanti. Nessuno scandalo se il patròn è uno degli al-Thani, proprietari di Psg e Manchester City, ma soprattutto famiglia regnante del Qatar, dove vige un regime di monarchia assoluta, Paese in cui operai in stato di schiavitù, secondo le ripetute indagini di diverse Ong, stanno costruendo gli stadi per il grande mondiale del 2022. Il Real Madrid è arrivato ad accettare di cambiare il suo simbolo, togliendo la piccola croce sulla corona reale che sovrasta il logo, perché ricordava le crociate alla banca di Abu Dhabi, che aveva firmato un ricco contratto di sponsorizzazione. D’altra parte noi italiani non abbiamo fatto molto gli schizzinosi quando abbiamo affidato agli stessi emiri di Abu Dhabi la nostra ex compagnia di bandiera, Alitalia, o quando abbiamo convinto State Grid, la compagnia di Stato che gestisce la rete elettrica cinese, a investire 2 miliardi per entrare in società con la nostra Cdp Reti, la società del Tesoro che controlla le quote di controllo di Terna e Snam, cioè la rete elettrica e quella del gas. Siamo nell’era in cui “noi” (gli italiani, ma più in generale gli europei) abbiamo le imprese, e “loro” (i nuovi ricchi, quasi sempre spuntati in paesi illiberali) hanno i capitali. Con quei capitali pensano anche a farci divertire. Se quest’anno la Serie A sarà più combattuta e appassionante dovremo probabilmente dire grazie alla Repubblica popolare cinese, che tramite aziende controllate più o meno indirettamente sta portando le decine di milioni di euro che servono alle squadre di Milano per insidiare seriamente l’egemonia della Juventus, fresca del suo quinto scudetto consecutivo e con una campagna acquisti già streoitosa. Certo, questo nuovo Milan, che si ritrova il logo dell’araba Fly Emirates sulla maglia e il manager cinese Yonghong Li nella sale di comando, rischia di essere più divertente per gli appassionati di fantapolitica internazionale che per i tifosi di calcio.‎ Come ci ripetono da una vita, gli affari sono affari, ma è inevitabile chiedersi se ne valga davvero la pena.
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