martedì 26 maggio 2009
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Come in uno di quei giochi impossibili da risolvere, in cui ci si ritrova sempre al punto di partenza, così sembrano essere i negoziati con la Corea del Nord, da anni passati ciclicamente da fasi di ottimismo al più cupo pessimismo, da intese per lo smantellamento del programma nucleare militare alle minacce di guerra. Era ormai chiaro da mesi che le trattative con il Paese forse più imprevedibile e chiuso al mondo esterno si erano arenate, e che le fazioni più aggressive e militariste di quel regime si fossero rafforzate. Lo scorso aprile, il lancio di un missile per la messa in orbita di un satellite da parte di Pyongyang aveva suscitato le aspre reazioni internazionali, dato che si trattava di una violazione della risoluzione 1718 dell’Onu, adottata dopo il primo test nucleare nordcoreano del 2006. Quell’esplosione, peraltro debole e mal riuscita, aveva rappresentato il punto più basso nelle relazioni con la comunità internazionale e in particolare con gli Stati Uniti, i quali per anni – dai tempi della presidenza Clinton – avevano alternato aperture diplomatiche, offerte economiche, minacce di attacchi militari preventivi e isolamento del regime. Proprio da quel test nucleare, tuttavia, erano ripartiti i contatti, nella forma usuale di negoziati a sei (Corea del Nord, Corea del Sud, Usa, Russia, Cina e Giappone), che avevano portato all’accordo del 2007 per la chiusura del reattore nucleare nordcoreano e per lo smantellamento del programma militare atomico in cambio di aiuti. Alla fine del 2008, tuttavia, i rapporti hanno nuovamente cominciato a deteriorarsi, per una pluralità di ragioni: il peggioramento delle relazioni con la Corea del Sud, la crisi finanziaria internazionale e il tentativo di Pyongyang di ottenere sempre più ricompense per tenere in piedi un Paese devastato da carestie, povertà e da un’economia al collasso. Si aggiungano le divisioni interne al regime e la voglia di intimidire la nuova Amministrazione Obama. Si è arrivati così a questo nuovo test nucleare che, secondo le prime analisi, è molto più consistente del precedente, nell’ordine di 10-20 chilotoni (comparabile, per capirci, con la bomba di Hiroshima). Se lo si abbina ai progressi in campo missilistico e al fatto che i nordcoreani possiedono uranio altamente arricchito sufficiente per circa sette bombe, ne risulta un quadro davvero preoccupante. Come sempre alle nette condanne da parte di Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud, si contrappone la prudenza di Cina e Russia, più vicine – sia pure con malcelata rassegnazione – a Pyongyang. Ma non è chiaro cosa si possa ora fare, oltre a nuove e sterili risoluzioni di condanna. Per quanto isolato, affamato, sull’orlo del collasso, il regime comunista al potere dispone di strumenti di pressione, e sa usarli con cinismo e determinazione. Vi sono innanzitutto le migliaia di pezzi di artiglieria schierati sul confine, in grado di devastare la capitale sudcoreana, Seul. Esiste poi la consapevolezza di non aver quasi nulla da perdere, e di saper trascinare in un conflitto distruttivo tutta la regione, in caso di tracollo definitivo. Vi è infine la minaccia di milioni di profughi in marcia verso i propri riluttanti alleati, Cina e Russia, a seguito di nuove grandi carestie. Il declino del leader Kim Jong-Il, colpito da un ictus lo scorso anno, accentua inoltre la rivalità fra le opposte fazioni interne, e favorisce un atteggiamento più aggressivo e tracotante, tipico delle fasi in cui Pyongyang si sente vulnerabile. Il presidente Obama aveva offerto nuovi negoziati; certo, trattare dopo questa nuova provocazione è più difficile, anche perché un cedimento alle richieste nordcoreane sembrerebbe avallare le tesi di chi ritiene l’arma atomica un utile strumento di ricatto politico, dando forse un colpo mortale al traballante Trattato di non-proliferazione nucleare. Ma l’alternativa è rischiare il disastro nell’Asia nord-orientale.
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