mercoledì 24 giugno 2009
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Per una di quelle tragiche ironie del­la storia, le proteste e le repressioni di questi giorni cadono nel trentennale della creazione della Repubblica isla­mica in Iran. Nata sulle ceneri della ti­rannica monarchia imperiale dei Pah­lavi e sul sangue delle migliaia di uccisi dalla polizia dello scià. Quando pochi mesi fa a Teheran si è celebrata la ricor­renza, le autorità non immaginavano di dover a loro volta disperdere, sparare e uccidere i propri cittadini. La durezza delle forze di sicurezza sem­bra comunque aver avuto ragione sul­la volontà dei giovani manifestanti di non piegarsi alle manipolazioni eletto­rali. La situazione, come del resto pre­vedibile, si va normalizzando: sono troppo poco organizzati i gruppi rifor­misti e troppo determinate le milizie ul­tradicali; spietati nell’uso del potere Khamenei e Ahmadinejad e timorosi di un bagno di sangue i leader moderati, come Mussavi, Khatami, Rafsanjani, che hanno invitato alla moderazione i pro­pri sostenitori. La Repubblica islamica non cadrà quin­di per via di queste proteste; anzi, potrà durare ancora molti anni. I regimi dit­tatoriali, si sa, hanno spesso dimostra­to di possedere una grande 'vischiosità' politica e una tenuta basata sulla re­pressione e sul populismo clientelare. Tuttavia, con queste elezioni e con que­sta brutale repressione è morto il suo essere un sistema unico e particolare, caratterizzato da una sorta di potere duale, repressivo e illiberale da un lato, ma basato su di una rappresentanza po­polare scelta dal popolo, dall’altro. Ora rimane solo il primo potere. A questo punto è perfino irrilevante sa­pere se i brogli – ammessi in parte dal Consiglio dei guardiani della rivoluzio­ne – abbiamo ribaltato effettivamente il risultato elettorale. Gli ultra- radicali hanno in ogni caso agito per alterare la scelta popolare e represso con durezza le proteste, una volta palesatosi la ma­nipolazione. Se è comprensibile che i gruppi sociali, economici e paramilitari che hanno conquistato il potere con la presidenza di Ahmadinejad siano ricorsi ad ogni mezzo per evitarne la sconfitta, più e­nigmatico è stato il comportamento del rahbar (la Guida suprema), l’ayatollah Khamenei. Era ben noto quanto questi detestasse i riformisti e li considerasse un pericolo per il regime islamico. Ma finora aveva sempre cercato di propor­si come l’arbitro fra le opposte fazioni, il decisore che mediava e frenava gli ec­cessi dell’una o dell’altra parte. Nelle o­scillazioni del pendolo politico irania­no, Khamenei amava proporsi come il perno centrale. Gli eventi di questi gior­ni hanno spazzato via questa sua im­magine. Egli ha scelto una parte contro l’altra. Non più il punto massimo di me­diazione, ma il difensore di una fazione contro l’altra. Alcuni dicono che il rah­bar sia ostaggio degli ultra- radicali. Un’etichetta forzata. La politica a Teheran è sempre più com­plicata di tali schematismi. Ma, certo, Khamenei ora è più debole e la sua ca­rica ulteriormente svilita. Ancor più gra­ve per la tenuta del sistema di potere i­slamico sono le divisioni fra le correnti dei pasdaran, la frattura nettissima in­terna al clero sciita – con un numero crescente di religiosi ormai ostili alla Guida – o la rottura fra Khamenei e mol­ti dei conservatori tradizionali, fra cui diversi dei suoi uomini più fidati. Poco importa che Khamenei abbia de­ciso di schierarsi senza riserve con Ah­madinejad perché timoroso che un nuovo governo riformista potesse met­tere in pericolo le basi della Repubbli­ca islamica o solo per cercare di difen­dere il proprio potere personale. Quan­to risulta evidente è che la maschera è ormai caduta, e con essa le illusioni di chi sperava ancora di liberalizzare il re­gime dall’interno, partendo da quel consenso popolare che lo stesso fonda­tore, l’ayatollah Khomeini, considerava necessario.
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