giovedì 24 settembre 2009
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«Il mondo è scontento dello stato delle cose e vuole cambiare. L’America è pronta a guidare questo cambiamento, ma non può risolvere da sola i problemi del mondo». Le significative parole pronunciate ieri da Barack Obama nel suo primo discorso da presidente degli Stati Uniti d’America di fronte all’assemblea generale dell’Onu si prestano quanto meno a una duplice considerazione. Innanzitutto contengono una promessa, proseguimento ideale di quello slogan – Yes we can – su cui il capo della Casa Bianca ha costruito il suo consenso e la sua vittoria elettorale del 4 novembre 2008.Non a caso Obama ribadisce alla platea del Palazzo di Vetro che «la speranza e il vero cambiamento sono possibili», assegnando alla sua leadership il compito di promuovere «una nuova era di cooperazione basata sugli interessi reciproci e sul rispetto reciproco». Parole che riflettono e riecheggiano in parte quelle di alcuni suoi predecessori democratici, come John Fitzgerald Kennedy o come Jimmy Carter: al pari di loro Obama aspira a dilatare i confini ideali dell’America, individuando nuove frontiere da raggiungere e rimuovendo in un sol colpo i due storici pilastri ideologici - il concetto di Destino manifesto e la controversa Dottrina Monroe – che da oltre un secolo e mezzo permeano il retroterra culturale del campo repubblicano e dei presidenti che esso esprime, compresa la concezione cara ai Bush (padre e figlio) secondo cui l’America ha il compito primario di esportare la democrazia.Nel suo discorso all’Onu, dunque, Barack Obama rilancia abilmente l’utopia del possibile, chiamando a raccolta, se così possiamo chiamarle, le nazioni di buona volontà. Ma l’utopia finisce fatalmente per confliggere con la realtà. E la realtà è ben diversa dalle intenzioni, perché le aperture politiche e gli inviti al dialogo del presidente americano finora hanno collezionato una cospicua serie di rifiuti: si va dalla Corea del Nord e dai suoi ripetuti dinieghi ad avviare colloqui sul disarmo nucleare così come accade con l’Iran, con il doppio niet di Russia e Cina ad accrescere le sanzioni economiche nei confronti di Teheran e la cronica indisponibilità di Ahmadinejad (al di là dei proclami di circostanza) ad aprire un vero tavolo di confronto sul nucleare. Perfino l’Arabia Saudita, alleato a tutti gli effetti di Washington, per due volte ha respinto al mittente le richieste di Obama per una graduale normalizzazione nei rapporti con Israele. A proposito del quale va registrato un sostanziale nulla di fatto nell’incontro promosso da Obama fra Abu Mazen e il premier Benjamin Netanyahu: chiedere a Israele di cessare la politica degli insediamenti in Cisgiordania e ai palestinesi (peraltro non compiutamente rappresentati, visto che Abu Mazen non ha titolo per trattare a nome di Hamas) di cessare la campagna di odio verso Tel Aviv sembra oscillare fra una sorprendente ingenuità e l’assenza di proposte realistiche. Altrettanto fumose appaiono l’agenda afghana e quella pakistana, in bilico fra exit strategy e maggior impegno militare.Ed è questo il rischio maggiore che il presidente Obama sta correndo: quello di mostrarsi nel medio periodo – malgrado la campata lunga delle sue intuizioni e la nobiltà delle sue utopie (perfino Gheddafi ieri lo ha definito «un raggio di luce nel buio») – come un leader privo di quel senso a volte anche gelido di realismo che un presidente americano, ovvero colui che detta e predispone i dossier dei grandi problemi mondiali, deve di necessità possedere. O forse Obama è semplicemente troppo in anticipo. E occorrerà del tempo per capirlo.
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