Anche noi liberiamo Dio
sabato 2 maggio 2020

Nelle mie note non si troverà né un commento ebraico, né un commento cristiano.
A me duole l’uomo: non ho altra guida. E come atto di pietà lo trasmetto
Guido Ceronetti, Il libro dei salmi

Chiunque abbia attraversato il guado di una malattia seria ha imparato che quella malattia non riguardava soltanto il corpo. O meglio: ha capito che il corpo è intreccio di materia e di spirito, è carne spirituale e spirito incarnato. Le malattie sono quindi domande, rivolte a noi e agli altri. Sono tra i pochi momenti di verità che ci capita di vivere. Quando ci ritroviamo in un letto d’ospedale che pensavamo fosse solo per gli altri, finisce il tempo della fiction e inizia quello della verità e delle domande nude. Non ci accontentiamo più delle mezze bugie dette agli altri e a noi stessi: i referti e le diagnosi diventano linguaggi di un nuovo rapporto autentico con la vita e col mondo. Ecco perché una malattia può essere annuncio anche di una grande benedizione. Ed è proprio tra la sofferenza e la benedizione che si annidano le insidie religiose della malattia. L’uomo antico indirizzava le sue domande prima di tutto a Dio. Noi abbiamo impoverito i linguaggi della vita, e le domande le rivolgiamo soprattutto alla scienza e ai dottori. Ma se la malattia diventa severa, prima o poi arrivano anche le domande profonde: "Ma perché proprio a me?", "Che cosa si è guastato nella mia vita?"; "E perché?". Ogni tanto, anche nel mezzo del nostro mondo spopolato di dèi, può tornare tremenda la domanda: "Di quale colpe mi sono macchiato per meritarmi tutto questo dolore?". È molto difficile uscire innocenti da una grave malattia.

Raramente le nostre domande riescono ad arrivare fino a Dio: lo abbiamo banalizzato troppo per sentirlo vicino nella verità della sofferenza. Spesso gli arrivano molto vicino, si fermano a un palmo dal cielo, anche se non lo sappiamo – ma gli angeli lo sanno e ci vedono sempre. I primi salmi del Salterio ci stanno presentando dei modelli di preghiera, cioè le diverse condizioni esistenziali dalle quali l’uomo impara e reimpara a parlare con Dio: l’accerchiamento dei nemici, l’accusa ingiusta, la speranza. Impara: lo sviluppo dei salmi è anche un apprendimento dell’arte del pregare. Nei monasteri la liturgia era intesa come un’arte, come una professione – ce lo svela ancora l’ambigua semantica di questa bella parola. I salmi sono molte cose; sono anche un apprendistato della preghiera. In quel giorno in cui ci nasce dentro l’anima il bisogno della preghiera possiamo aprire il libro dei salmi, scorrerli uno a uno e fermarci su quello che sentiamo essere il nostro salmo; e mentre iniziamo a cantarlo accorgerci che quelle erano le nostre parole, e non lo sapevamo: «Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: "Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo"» (Gn 28,16). E quel primo salmo, quello che ci ha insegnato la preghiera, sarà il nostro salmo – e alla fine scopriremo che il primo e l’ultimo saranno lo stesso canto.

Con il Salmo 6 lo spazio antropologico della preghiera si allarga ancora. Un uomo sta affrontando una lunga e seria malattia. E si chiede: «È la tua ira o dio che mi punisce? È il tuo furore, Signore, che mi castiga?... Signore, fino a quando?» (Salmo 6,2-4). È Dio il primo interlocutore delle due domande. L’uomo antico, poi, alla dimensione verticale delle nude domande aggiungeva quella orizzontale. Io, Dio e gli altri: era questo il suo spazio ternario. E così, dopo aver dialogato con Dio, il salmista (e noi con lui) cerca altri alleati nella colpa, e arriva quasi sempre anche la domanda interpersonale: "Di chi è la responsabilità di quanto mi è successo?"; "Chi sono i miei nemici?". Il dialogo con la propria anima e con Dio diventa giorno dopo giorno anche un dialogo con gli altri, cercando attorno a noi i carnefici: «Via da me, voi tutti che fate il male» (9). I colleghi, il capo, i concorrenti, la mia comunità, i dottori: si spazia con l’anima in cerca di una grammatica del nostro dolore. Non siamo capaci di resistere a lungo senza chiamare per nome le nostre sofferenze, perché sappiamo che solo chiamandolo potrà mostrare un altro volto sconosciuto, e magari buono.

La saggezza antica aveva sviluppato una ermeneutica complessa, una capacità di decifrazione del dolore, della malattia, della sventura. Ed è qui che si aggiunge una dimensione decisiva: la malattia e la sofferenza vengono vissute come punizione di chi la sperimenta, per colpe proprie o della sua famiglia. Quel dolore diveniva il conto chiesto dal cielo per ristabilire un equilibrio spezzato da qualche peccato. Questa visione retributivo-economica della fede ha sempre riscosso un grande successo, perché estremamente semplice. Molto semplice, e quindi troppo semplice per essere vera. Una tale fede funziona perché svolge perfettamente la funzione di salvare l’equilibrio etico del mondo e di giustificare la divinità, che grazie a questo espediente religioso cade sempre in piedi, esce sempre innocente dalle nostre sventure. È così che le religioni sono spesso diventate dei meccanismi morali che salvano la giustizia di Dio sacrificando l’innocenza degli uomini.

Inoltre, la retribuzione doveva svolgersi su questa terra. La contabilità tra gli uomini e Dio non si estendeva oltre la vita: «Nessuno tra i morti ti ricorda. Chi negli inferi canta le tue lodi?» (6). La morte è il regno del nulla; e anche se Dio abita nei cieli, è la terra la sua casa. La sua voce risuona sotto il sole, ha bisogno della cassa di risonanza delle montagne, dei mari, dell’infinito spazio del cuore umano. Una teologia della retribuzione senza paradiso è ancora più esigente, e così usa anche il nostro dolore come moneta per far riportare i conti. In questo Salmo 6 però l’autore non accetta impassibile e rassegnato il proprio destino. Dialoga, discute, lotta con Dio e con la propria sventura. Chiede a Dio di cambiare, di rispondere alla sua domanda: "fino a quando?". Gli chiede di tornare: «Ritorna, Signore» (5). Il ritornare allude alla possibilità che Dio cambi direzione, si converta. Il Dio biblico è un Dio che sa tornare, se noi glielo chiediamo.

È dentro queste frasi che troviamo la grandezza teologica e antropologica dei Salmi. Essi sono preghiere al Dio del non ancora: gli chiedono di diventare qualcosa che non è ancora. L’uomo dei salmi non si sente imprigionato dal suo destino e dalla sua fede e osa chiedere a Dio: "Fino a quando?". E la preghiera si incontra con la religione e la risorge. La preghiera è anche questo: una persona che nell’esperienza dello spirito non si sente più schiavo perché liberato, e da libero riesce a liberare Dio dalle gabbie nelle quali lo rinchiudono la teologia e la religione. Ecco perché Dio ha bisogno della nostra preghiera, almeno quanto noi abbiamo bisogno di Dio. La preghiera biblica allora diventa il primo nostro esercizio di libertà, un uomo liberato che riesce a liberare il suo Dio.

C’è poi un ultimo messaggio. Le parole che il salmista usa nel secondo versetto (hwkyh + ysr) sono il binomio della pedagogia, sono le espressioni dell’educazione dei ragazzi per opera di padri e dei maestri. Bella è la traduzione che il biblista Alonso Schokel ne fa: «Riprendimi senza ira, correggimi senza collera». Finora avevamo trovato per Dio l’immagine del giudice e il linguaggio forense (e li troviamo anche in questo Salmo 6). Ora la preghiera chiede a Dio di lasciare il tribunale e di entrare nelle relazioni educative primarie. La malattia non è allora più intesa come pena per espiare una colpa, ma come una punizione all’interno di paradigma educativo di quel mondo. Ed ecco tornare, puntuale, il Libro di Giobbe, quando il quarto "amico", Eliù, irrompe sulla scena portando con sé la spiegazione pedagogica della sofferenza: «Talvolta egli lo corregge con dolori nel suo letto e con la tortura continua delle ossa» (Gb 33,19). Giobbe non replicò a Eliù, non fu convinto dalla spiegazione della sofferenza come strumento di cui si servirebbe Dio per darci una "lezione". Giobbe tacque; il salmista sembra accettare la spiegazione pedagogica, ma continua il dialogo e chiede a Dio di "tornare". Parte dalla metafora, ma non si accontenta.

Se noi vogliamo fare oggi la stessa esperienza del salmista dobbiamo continuare a chiedere a Dio di tornare, e quindi liberarlo anche da questa metafora pedagogica così presente nella Bibbia. Dopo che abbiamo superato le metafore giuridiche ed economiche che hanno cercato (e cercano) di intrappolare la libertà di Dio dentro le nostre categorie retributive, ora non possiamo sentirci tranquilli e tranquillizzati da una religione che associa le nostre sofferenze a una qualche intenzionalità educativa di Dio. Dobbiamo essere almeno all’altezza di Giobbe e tacere con lui, o a quella del salmista e chiedere a Dio di "tornare". Ed è qui che si svela qualcosa di nuovo sul pregare. Quando, ora, apriamo la Bibbia e troviamo una parola, un salmo, un canto di un profeta, la Bibbia continua a essere viva e operante se riusciamo a rivivere qui la stessa esperienza di quell’antico autore; se quindi osiamo chiedere a Dio di diventare ciò che non è ancora, di continuare a cambiare, di tornare per noi, per me. E così continuiamo a liberare Dio. Siamo liberatori di Dio, E non lo sapevamo. Quale dignità infinita!

La malattia e la sofferenza sono fatti umani, fanno parte del nostro repertorio. A noi spetta far di tutto per tenere Dio fuori dalla responsabilità del nostro dolore, e poi non darci pace per ridurre il dolore e la sofferenza degli esseri umani e di tutti gli esseri viventi. Se nelle nostre notti sudate nei letti degli ospedali vogliamo vedere la mano di Dio, la dobbiamo riconoscere in quelle delle infermiere e dei dottori, in quella di chi ci asciuga la fronte e piange con noi. Dio non vuole il nostro dolore, ma ci accompagna quando arriva. Sul Golgota il Padre stava sulla stessa croce del figlio, ad asciugargli la fronte, a gridare con lui. Tutti gli altri spiriti che circondano il nostro dolore sono demoni, e dobbiamo ripetere col salmista: «Andate via e vergognatevi all’istante» (11).
l.bruni@lumsa.it

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