L'inferno altrove e la sfida che è qui
giovedì 14 maggio 2020

Giovani soldati afghani, l’elmo e il fucile in spalla, tengono in braccio neonati scampati all’attentato di martedì a Kabul, in una maternità gestita dai medici di Msf. Sono bambini nati da poche ore, avvolti in coperte qui e là chiazzate del rosso vivo del sangue. Il sangue della madre che li stava allattando o di un’infermiera? I giovani soldati nelle foto delle agenzie sembrano imbarazzati nel tenere i piccoli fra le braccia, come certi novelli padri che non sanno come si curi, come si regga, qualcosa di così delicato.

Alle immagini da Kabul siamo terribilmente abituati: attentati suicidi, stragi, infinite vittime di una guerra infinita, in un Paese in cui buona parte della popolazione non ha mai conosciuto un giorno di pace. Ma questi figli appena venuti al mondo e già scampati a una strage – almeno 16 morti, fra cui tre bambini, e molti feriti – supera perfino la triste abitudine con cui guardiamo a volte le foto da quella martoriata città. Il Daesh ha rivendicato l’attacco. E quale audace, mirabile attacco: fare fuoco su partorienti e culle. La logica, si dice, è mandare in fumo l’accordo fra il Governo afghano e i taleban del febbraio scorso, che mirava a una difficile pace. Sono logiche che traversano ogni guerra, per di più intestina. Eppure, attaccare con bombe e fucili una maternità dove nascono figli del proprio stesso popolo è atto di una tale ferocia che lo diresti venuto su dagli inferi. Colpire la vita nell’istante in cui sorge, fragile, nel dolore delle madri; in quell’attimo in cui ogni nuovo figlio appare un miracolo – e tace, d’istinto, chi assiste, come se un mistero togliesse le parole. Ci vuole una ferocia più che umana, per sparare su una sala parto. Come se non si avesse mai avuto una madre, la sua tenerezza, e mai dei fratelli, o dei figli. O come se di tutto questo ci si fosse dimenticati, in un’amnesia avvelenata.

Nelle stesse ore nello stesso massacrato Paese, nell’Est, nella provincia di Nangarhar, un kamikaze si è fatto esplodere durante un funerale. 24 morti e 68 feriti. Anche qui foto di corpi martoriati, sangue che si allarga sull’asfalto, panico negli occhi sbarrati dei sopravvissuti. Si andava a seppellire un comandante delle Forze dell’ordine governative, forse questo era il bersaglio. Ma, chiunque fosse il defunto, l’esplosione ha massacrato esseri umani colti in quell’andare lento, a capo chino, che segue un funerale, e segna il passaggio della morte nelle città. Passaggio a cui, a ogni latitudine, la gente per strada si ferma e tace, china il capo, o manda una benedizione, o si fa un segno della croce. Perché dell’andarsene di un uomo si ha rispetto, chiunque fosse; si guarda a quel fluire lento dietro la bara, come di un fiume alla foce, e si pensa a noi stessi, a chi amiamo, e a cosa ci attende, dopo. La morte come la nascita è un passaggio sacro, onorato nei millenni dai popoli: si ritiravano gli eserciti antichi in una tregua, perché ciascun contendente potesse dare sepoltura ai suoi caduti. Il fragore nelle stesse ore in Afghanistan di due stragi parallele pare un vomito di odio che impressiona, anche conoscendo le atrocità di certe guerre lontane. Odio, più che agli uomini, alla stessa vita, in un’ansia livida di vederla annientata.

Entrambe le stragi afghane non hanno avuto molto spazio nei nostri media, presi come siamo nell’incubo di un male che uccide, come in tempi lontani. Ma guardiamoli, quei neonati nelle braccia dei soldati afghani. Forse guardarli può dare qualche coordinata al nostro pure giusto smarrimento. Noi almeno stiamo lottando per la vita, e in centinaia fra medici e infermieri e preti solo in Italia sono morti, per stare dalla parte della vita. È un’ecatombe, ma ci tiene uniti in buona parte del mondo almeno questa volontà, questa tensione a vivere e fare vivere.

L’inferno è altrove, è nel mondo capovolto che spara sulle culle dei figli del proprio popolo, appena partoriti. Come dentro un rabbioso imperativo: odio alla stessa vita. Quella che tuttavia dentro ogni guerra, comunque, ostinata, rinasce.

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