giovedì 9 maggio 2013
Si racconta che, in una conferenza pubblica tenuta da Platone sul tema del bene, gli ateniesi, che speravano in una ricetta più che per ottenere il bene per procurarsi i beni, rimasero delusi dagli argomenti di Platone che parlava del Bene come dell’Uno. Il problema della definizione del bene è da sempre cruciale per la storia dell’uomo, che continua ad arrovellarsi sui suoi contenuti, sulla loro stabilità o mutevolezza, sulla loro possibile universalizzabilità.
L’immane sforzo teoretico della filosofia greca di ancorare il bene alla struttura dell’essere, tentandone una decrittazione tramite la ragione, confluisce nella lunga elaborazione del pensiero cristiano intorno a una legge naturale che, appunto con l’ausilio della propria ragione, l’uomo può cogliere dentro di sé e che gli consente di comprendere i princìpi generali del bene. Princìpi che Tommaso esplicita in «fai il bene ed evita il male», «vivi secondo ragione» e, in modo più specifico, «persevera nell’essere», «riproduciti», «educa la prole», etc. Ma i tentativi di dare al bene contenuti, che tutti gli uomini siano in grado di percepire, anche al di là della Rivelazione, si dissolvono nel momento in cui, con la modernità, si afferma una visione antropologica fortemente pessimista, che asserisce l’incapacità dell’uomo di accedere – né con la ragione né con la volontà – al disegno di bontà del Creatore.
La modernità, tuttavia, continua a porsi la questione dei contenuti del bene, ma li ricava non più dall’ordine dell’essere, ma dal dato antropologico via via riscattato dal pessimismo originale: i princìpi di libertà, di autonomia, di uguaglianza, di responsabilità, vengono affermati (meglio riaffermati) non più nel loro legame con la trascendenza, bensì con l’immanenza, con ricadute significative per la politica. Oggi, tuttavia, l’accentuazione esasperata di alcuni princìpi – autonomia del singolo, libertà individuale – è tale da svuotare, col relativismo che ha prodotto, ciò che tali princìpi avevano contribuito a realizzare: prima fra tutte la democrazia, con le sue conquiste di libertà e uguaglianza generalizzate.
Il relativismo ha acquistato una tale portata de-realizzante, da attivare una significativa controtendenza – il 'Manifesto del nuovo realismo' di Maurizio Ferraris ne è esempio –, in cerca di recuperare qualche forma di realismo cui ancorare almeno i giudizi più elementari. La verità viene nuovamente collegata al confronto con il reale, limitatamente tuttavia, alle esperienze più evidenti e inconfutabili e non rinviante alla questione del bene e dei suoi contenuti. Il realismo modesto che viene proposto riconosce alle cose la loro 'vera' natura – «una ciabatta è una ciabatta», dice Ferraris – permettendo così di uscire dall’impasse generato dalla decostruzione completa della realtà, ma non va oltre. Di fronte a questo panorama di incertezza intorno alla questione del bene e dei suoi contenuti, il magistero di papa Benedetto XVI e quello – sia pure iniziale – di papa Francesco, tracciano due linee molto nette. Benedetto XVI ha evidenziato la capacità della ragione di coniugarsi con i princìpi della fede, sottolineando il naturale radicamento del bene nell’uomo e la possibilità per tutti della sua comprensione. Il suo pontificato ha lavorato, con lo splendido cesello di discorsi, encicliche e catechesi, intorno alla ragionevolezza della fede di cui ha fatto emergere – in un’epoca di dissoluzione della ragione – il patrimonio di contenuti buoni per l’uomo e fondamentalmente appartenenti alla sua natura. La linea, del suo pontificato è quella proclamata da San Pietro «siate pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» ( I Pietro, 3, 15). E questa speranza, che è speranza di cose buone, lungi dall’imporsi con la forza di un intellettualismo razionalistico, è stata presentata da Benedetto XVI come legata alle nostre aspettative più profonde. Da una parte, dunque, la naturalità delle ragioni della fede, dall’altra, con Papa Francesco emerge la volontà di mostrare nei comportamenti, ancor più che nelle parole, la rivoluzionaria originalità del bene stesso. Perché il bene è ragionevole ma è anche rivoluzionariamente originale, è ciò che di primo acchito non facciamo mai, ciò che sovverte gli ordini che siamo abituati a dare alle nostre sclerotizzate gerarchie e alle nostre polverose abitudini e che, di colpo, quando qualcuno ci mostra come si fa, si rivela per quello che è: naturalmente ragionevole.
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