giovedì 9 aprile 2009
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La morte di Cristo fu reale, come lo è quella di uomini e donne d’Abruzzo. Come la loro fu insen­sata e brutale. E sentita ingiusta. La morte di Cristo e la morte degli uo­mini sono uguali. E il dolore per quella morte fu uguale al dolore per le morti che oggi ci stanno davanti agli occhi. Fu lo stesso dolore. Lo stesso pianto, il medesimo crampo nello stomaco. E lo stesso venir giù delle luci. Fu lo stesso serrare i pu­gni, e lo stesso buttarsi nell’ab­braccio l’uno dell’altro. Come per metter quiete a qualcosa che fa rompere il petto. Come per tenere legate nell’abbraccio di un altro le ossa che stanno per rompersi per il grido del cuore.Il dolore di Lui che moriva fu dello stesso tipo del do­lore di molti che non ce l’hanno fat­ta sotto le macerie. Il soffocamen­to fu lo stesso. E anche la dispera­zione di Cristo fu la stessa di quel­la che hanno provato in tanti, in troppi in Abruzzo. La croce non fu una scena teatrale. Come non è teatro, non è set televi­sivo, nonostante a tratti l’invaden­za dei media, quello che vediamo in Abruzzo. La morte di Cristo non fu un bello spettacolo, come non lo è per niente la morte di tanti in que­ste ore. Abbiamo la croce davanti, in questa settimana, e la croce addos­so a così tante famiglie. Ed è lo stes­so peso, la stessa offesa e la stessa sofferenza, la stessa condanna, sul­le spalle di Gesù e sulle spalle oggi di tanti. La Via Crucis si svolge sot­to i nostri occhi. E come accade so­litamente nel presepe, dove si ag­giungono figure e figurine tratte dal­la vita quotidiana e dalla cronaca, ora ci accade di farlo per la Via Cru­cis. E per la settimana intera di Pa­squa. Di dover aggiungere mille fi­gure di dolore e di speranza. Di ve­dere tante figure, tanti personaggi reali per la Via Crucis e per i prepa­rativi della notte del Sabato. Di ve­dere i volti di Cristo, i volti della Ma­dre dolorosa, quelli degli amici sgo­menti. E pure i volti, i tanti volti del Cireneo, che aiuta a portare la cro­ce. Perché quella di Cristo è come la nostra morte. Ed è per la nostra. Ab­biamo per così dire, purtroppo, la Via Crucis sottomano. Va in scena nella nostra terra. Vicina, con il suo carico di dolore. E con i segni del bene. Perché il Cireneo, e la docilità con cui Gesù va al supplizio sono segni, per quanto apparentemente meno visibili di tutto l’orrore e la pe­na, del bene che non cessa di pre­sentarsi. Della Resurrezione che non smette di annunciarsi. Si fa fa­tica a tenere gli occhi su questi se­gni. Sembrano piccoli, nella im­mensa via Crucis di queste ore ita­liane. Piccoli ma evidenti. Trovarsi insieme, come avverrà nei prossimi giorni, per i riti e le cele­brazioni di Pasqua, servirà proprio per aiutarsi a vedere bene. Per ve­dere insieme la via Crucis. E anche il senso della via Crucis. Per vedere il volto di Cristo che soffre e per ri­volgere gli occhi dove stava guar­dando Lui mentre era nel supplizio. E occorrerà guardare bene, da soli e nella comunità, per vedere il saba­to. E per attendere la Domenica. Che sembra ostruita dai sassi. E dal sapore della sabbia tra i denti. Oc­correrà aiutarsi a guardare la Via Crucis tra noi. A guardare davvero. A non distogliere gli occhi. Cercan­do Gesù dov’è. Perché è dove si pa­tisce la morte, questa morte sua, u­guale di Figlio di uomo alla morte di tutti i figli di uomini, specie degli in­nocenti; sì, Lui è nella Via Crucis d’A­bruzzo, dove si patisce forte, ma è lì tra le tende, le bare, le case non più case, le coperte e le sue chiese a­perte come grida al cielo, per la cer­tezza di conoscere la vita che non fi­nisce mai.
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