sabato 18 luglio 2009
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La rabbia è ancora ben viva, malgrado le brutali repressioni e i morti di questo mese. E ben viva sembra anche la determinazione di molti iraniani a non accettare supinamente le manipolazioni e la protervia degli ultra-radicali, capeggiati dal leader supremo ( rahbar) Ali Khamenei e dal presidente Mahmud Ahmadinejad. Il dato interessante è che non sono solo i giovani o la 'società civile' a protestare, ma anche politici che fanno parte dell’élite di potere post rivoluzionaria, come pure un numero crescente di religiosi. Il sermone della preghiera del venerdì a Teheran di ieri ne è stato la dimostrazione. A guidare la preghiera vi era il religioso Ali Akbar Rafsanjani, uno degli uomini più potenti del Paese, sostenitore di Mir Hossein Mussavi e avversario personale della guida suprema. Solitamente, a questo incontro il regime invia pasdaran e basiji per riempire i vuoti, dato che i cittadini della capitale preferiscono le escursioni sui monti o verso il Caspio alla vuota retorica del regime. Ma ieri hanno partecipato in massa, e Mussavi era fra di loro ad ascoltare parole molto nette. Rafsanjani ha definito la crisi attuale una delle più gravi della Repubblica islamica, chiedendo il rilascio degli arrestati e sostenendo che al Paese serve un presidente scelto dal popolo. Non saranno queste parole a far cambiare idea a Khamenei e ad Ahmadinejad. Ma esse sono il segno di una crisi di legittimità grave, che svilisce la figura del rahbar, e la indebolisce dinanzi alla maggior parte dei religiosi sciiti. A Qom, la città cuore dello sciismo iraniano, si moltiplicano le critiche a Khamenei. E da quanto filtra esse non vengono solo dagli «attivisti politici con il turbante», come vengono chiamati i religiosi sciiti impegnati in politica (come Rafsanjani). In molti criticano la guida suprema perché, con le sue scelte, ha provocato una perdita di potere reale del clero a vantaggio delle milizie para-militari, alla caccia di posti e rendite politici. Vi sono però anche religiosi non direttamente coinvolti nella gestione del potere, i quali ritengono estremamente pericolosa la strada imboccata: la perdita di carisma e credibilità del clero è sempre più inarrestabile, e i brogli elettorali non fanno che accentuarla. Si tratta di una situazione che mina il prestigio e il ruolo di Qom. Addirittura, si suggerisce che alcuni teologi possano, con le loro scuole, spostarsi in Iraq, a Najaf, l’altro grande centro religioso sciita, superiore anzi, per storia e reputazione, alla stessa Qom. A indebolire la fedeltà del clero al rahbar vi è anche il sospetto sempre più evidente che Khamenei abbia abbandonato il proprio ruolo di arbitro fra correnti contrapposte, appiattendosi su Ahmadinejad, per favorire l’ascesa politica del proprio figlio, il 'reazionario religioso' Mojtaba Khamenei, accarezzando forse l’idea che un giorno gli succeda quale leader supremo. Un’ipotesi che incontrerebbe ostacoli fortissimi da parte di un clero che vaglia con severità le conoscenze teologiche e dottrinali dei propri membri, ma che potrebbe incontrare il favore delle milizie radicali. Sostenere le ambizioni 'dinastiche' di un declinante Khamenei serve oggi per rafforzare ancor più la loro presa su tutti i gangli del complesso sistema di potere iraniano. Un domani, un leader senza carisma come Mojtaba sarebbe poco più di un’utile marionetta nelle loro mani. Se ciò fosse vero, quello di Khamenei sarebbe un ulteriore 'tradimento' del pensiero di Khomeini, il quale rifuggiva da logiche dinastiche, e un allontanamento dallo spirito della Repubblica islamica. «L’Iran non è la Georgia», ripete Khamenei, intendendo così che il Paese non modificherà i risultati elettorali per le pressioni – anzi, i complotti – dell’Occidente. Ma un Paese come l’Iran non accetterà supinamente neppure la reintroduzione di un principio dinastico da parte del suo leader. E tanto meno lo farà un clero che ha lottato duramente per cacciare uno shah.
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