sabato 11 maggio 2013
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Asostegno delle statistiche che segnalano l’incremento della povertà relativa di persone e famiglie, spesso viene citato un comportamento: gli anziani che, nelle grandi città, raccolgono frutta e verdura abbandonata dagli ambulanti alla fine dei mercati rionali perché non più vendibile in quanto poco o tanto ammalorata. Questo accostamento mi fa sempre ricordare mio nonno. Nato e vissuto in un paesino della montagna trentina, rimasto vedovo, aveva l’abitudine negli anni Settanta, quando lui di anni ne aveva più di ottanta, di trascorrere buona parte dei mesi invernali a Milano dalla figlia: si trovava così catapultato in poche ore in una realtà metropolitana che aveva con il tempo imparato a conoscere.Cresciuto libero e indipendente, anche da un punto di vista economico, tra boschi, fiumi e cime e avendo solo di questo mantenuto dignitosamente una famiglia di cinque figli, mio nonno veniva allora a contatto con una realtà forse a lui più ostile perché meno comprensibile. E, appunto, aveva la cattiva abitudine, almeno per me, di considerare il mezzogiorno del sabato appuntamento imperdibile con il mercato dei Bastioni di Porta Nuova: ne tornava con due borse cariche di frutta che non aveva comprato ma raccolto. Mia madre, che si rivolgeva a lui dandogli del voi, era poi costretta a lavorare quella merce, anche per evitare che l’operazione fosse condotta a termine dal nonno con danni per l’intera cucina: metà veniva buttata via, ma l’altra metà utilizzata soprattutto per torte di mele e spremute d’arancio. A me la cosa dava parecchio fastidio perché, non avendone né noi né lui per fortuna bisogno, non ne capivo il motivo e, soprattutto, perché pensavo potesse essere visto da amici e conoscenti del quartiere con le conseguenze del caso. Le stesse dei tg di oggi. Da allora ho sempre interpretato quel comportamento come qualcosa legato all’età, al venir meno di certezze, a un infragilimento della persona, anche a qualcosa di inizialmente patologico: un po’ come capita quando si scopre, alla morte di un anziano dalle miserevoli condizioni di vita, che era titolare di un discreto conto in banca.Sono state, dunque, queste le mie prime reazioni a quei servizi giornalistici: senza mettere in dubbio la veridicità delle statistiche sulla povertà relativa, non è certo da quei comportamenti che se ne può ricavare evidenza pratica. Poi però – ed era la prima volta che succedeva – mi è capitato di riflettere che dietro al comportamento del nonno c’era, forse, anche altro: il valore dato alle cose, meglio il valore d’uso delle cose per cui una mela, anche se non perfetta e dunque non commerciabile, rimane una mela e buttarla via si chiama spreco, inconcepibile per lui. Ciò che allora era pensiero naturale, acquisito da generazioni e generazioni, oggi, con la grazia del benessere diffuso, si è perso ed esperienze come quella del Banco alimentare, o altre simili, ce lo ricordano solo di tanto in tanto. Se dietro quel comportamento, forse mai completamente dismesso ma tornato di una certa attualità, ci fosse anche solo in parte questo rinnovato discernimento credo dovremmo esserne allora tutti grati perché significherebbe che questo periodo di crisi, oltre a qualche difficoltà, ci ha obbligato a rimettere i piedi per terra, là dove si può costruire con maggior sicurezza.Lo stesso nonno, vedendomi studiare su voluminosi libri, domandava alla figlia quale fosse la materia: alla risposta – economia – coerentemente con quanto appena detto ribatteva: «Ma non c’è bisogno di studiarla sui libri, gliela posso tranquillamente insegnare io».
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