La qualità della vita non dipende solo da variabili economiche. Il vero benessere, un equilibrio di relazioni


Leonardo Becchetti martedì 15 ottobre 2013
La diffusione di nuovi metodi d’indagine e di indicatori sul benessere nel nostro Paese a livello provinciale ci fornisce spunti di riflessione interessanti per capire di più su qualità e soddisfazione di vita in Italia. Gli elementi principali dell’indicatore classico sono il benessere economico, la disponibilità di servizi e la qualità di diversi beni pubblici (salute, sicurezza, ambiente). In cima alla classifica come è facile immagine ci sono le città del Nord (Bolzano, Siena, Trento, Rimini,..) che generalmente appartengono alle tre regioni leader in termini di capitale sociale del Paese (Trentino Alto Adige, Toscana, Emilia Romagna). Per "capitale sociale" s’intende quel collante fondamentale – fatto di fiducia e meritevolezza di fiducia nei rapporti interpersonali, fiducia nelle istituzioni, senso civico e disponibilità ad assolvere gli obblighi fiscali – che configura la qualità delle nostre relazioni con le istituzioni e con terzi non appartenenti alla nostra cerchia familiare. Proprio come accade, però, nel confronto tra Paesi del Nord e del Sud del mondo, le indagini che guardano all’indicatore soggettivo della felicità o della soddisfazione di vita producono risultati leggermente diversi. Sostanzialmente quello che accade è una significativa riduzione di distanza tra città virtuose delle regioni ad alto capitale sociale e molte città del Mezzogiorno. Un esempio interessante di analisi in tal senso è quella prodotta da alcuni ricercatori che utilizzano come indicatore di felicità la percentuale delle faccine (smiles) con sorriso sul totale delle faccine (hemoticons) pubblicate sui social network dalla popolazione di una certa area. Secondo quest’indagine, per citare un paradosso, il livello di felicità a Napoli risulta pressoché uguale a quello di Bolzano. Senza approfondire la questione metodologica relativa a questo singolare metodo di misurazione della felicità i risultati ottenuti sono comuni a quelli di altri studi sulla soddisfazione di vita e quindi il dato di fondo è da considerare come affidabile.In effetti, la riduzione delle distanze tra Nord e Mezzogiorno trova corrispondenza in considerazioni di buon senso. Le differenze enormi in termini di indicatori tradizionali dovrebbero dar luogo a migrazioni massicce che in realtà non osserviamo. Un ruolo importante lo gioca sicuramente il clima e la disponibilità di ore di luce, ma non è solo questo elemento che sembra spiegare il paradosso. Alcune risposte parziali all’enigma le fornisce un’indagine di Retinopera che, ripercorrendo il cammino della costruzione del Bes, l’indicatore di benessere equo e sostenibile del Paese, definisce un set di indicatori di benessere a partire dai principi della Dottrina sociale della Chiesa.In estrema sintesi, l’80% degli indicatori di quest’indagine appartengono agli stessi domini di quelli dell’indicatore classico del «Sole 24 Ore» o del Bes. La differenza sostanziale però è l’aggiunta di un ambito legato alla qualità e tenuta delle relazioni familiari nel quale alcune regioni del Sud si trovano in cima alla graduatoria. Se colleghiamo questi due pezzi del mosaico con i risultati comuni a pressochè tutti gli studi sull’importanza del successo della vita familiare tra le determinanti della felicità a livello mondiale, scopriamo che l’inserimento di questa dimensione ha molto senso perché il successo della vita di relazioni nella cerchia più ristretta degli affetti è determinante fondamentale della soddisfazione di vita.L’insieme di queste nuove evidenze dovrebbe portarci a elaborare una definizione più ampia di una variabile fondamentale per la qualità della nostra vita, ovvero la vita di relazioni. Tale variabile è fatta essenzialmente da due componenti: le relazioni più intime (la cerchia di familiari ed amici) e le relazioni con terzi e istituzioni nella società. Entrambi i poli sono importanti perché il rischio del successo solo sulla prima dimensione produce la degenerazione del "familismo amorale", ben nota nella letteratura sociologica dagli studi di Banfield in poi. Esiste però anche il rischio opposto, che potremmo chiamare del "civismo povero di legami", "slegato" o immune, anch’esso foriero di conseguenze negative sulla soddisfazione di vita individuale e sulla qualità della vita sociale. Perché dobbiamo per forza essere costretti a scegliere tra una società di individui senza legami schiavi di beni e regole, e una società di persone ricche di relazioni e legami ma prive di senso civico? Nell’equilibrio maggiore tra le due componenti sta la direzione del progresso verso il bene comune.
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